La progettazione protesica ha grande importanza, in modo particolare quando il diario clinico prevede una riabilitazione su impianti. Il case report illustrato qui si riferisce a una paziente insoddisfatta del manufatto realizzato e applicato da non più cinque mesi. Per ovviare al comprensibile stress e insofferenza della paziente, si è cercato di concretizzare il caso con il minor numero di appuntamenti possibili seguendo, comunque, un protocollo operativo collaudato sia in studio sia in laboratorio.
Di prassi, in questi casi, seguendo le regole operative richieste dalla protesi mobile, realizziamo sempre il montaggio preventivo di una protesi totale. Un duplicato trasparente di quest’ultima con gli opportuni punti di repere radiopachi, ci darà la possibilità di eseguire prima una TAC e poi di utilizzare la stessa per la costruzione della dima chirurgica con le indicazioni e le guide utili al chirurgo per posizionare gli impianti.
Caso clinico
Viene esposto il caso di una signora di 57 anni, terza classe scheletrica, portatrice di una protesi totale superiore su 5 impianti con barra, non utilizzata per la ritenzione, e di una protesi totale inferiore con due cappe radicolari.
La paziente arriva all’attenzione dello studio poiché insoddisfatta del lavoro che le era stato eseguito e, come evidenziato dalle immagini, si può comprendere anche perché il manufatto non sia gratificante dal punto di vista estetico, occlusale, funzionale e di comfort.
In particolare, dalla Figura 3, si intuisce il motivo per cui non sono state utilizzate le barre di connessione tra gli impianti per stabilizzare la protesi. Dalla resina a livello dei primi premolari traspare l’ingombro della struttura implantare, per cui attacchi e sovrastruttura metallica in quella zona avrebbero comportato un ulteriore spessore del palato con relativi problemi di ingombro e fonazione (Figg. 1-3).
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Dr. Bruce McFarlane Certified Specialist in Orthodontics Fellow: Royal College of Dentists of Canada Diplomate: American Board of Orthodontics
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