La riabilitazione implanto-protesica rappresenta oggi una soluzione altamente prevedibile per la sostituzione degli elementi dentari, ma il suo successo a lungo termine è insidiato dalle complicanze infiammatorie dei tessuti peri-implantari. Il 2017 World Workshop on the Classification of Periodontal and Peri-Implant Diseases and Conditions distingue la mucosite peri-implantare – infiammazione reversibile confinata ai tessuti molli – dalla peri-implantite, caratterizzata dalla concomitante perdita progressiva dell’osso di supporto1, 2.
I dati epidemiologici delineano un problema di rilevanza clinica e di sanità pubblica. Una revisione sistematica della letteratura riporta, a livello di soggetto, una prevalenza ponderata di mucosite peri-implantare di circa il 43% e di peri-implantite di circa il 22%3. La mucosite, pur potenzialmente reversibile, raggiunge la risoluzione completa solo in una minoranza dei casi anche dopo terapia non chirurgica, e costituisce il precursore biologico della peri-implantite4. Quest’ultima, una volta instaurata, presenta una prognosi più incerta: anche a seguito di terapia chirurgica si osservano tassi non trascurabili di recidiva e di progressione della malattia nel medio termine5, 6.
I limiti della diagnosi convenzionale
La diagnosi tradizionale si fonda su parametri clinici e strumentali - segni di infiammazione, sanguinamento al sondaggio (BoP), profondità di sondaggio (PPD) e riassorbimento osseo radiografico. Si tratta tuttavia di indicatori tardivi: quando il clinico ne rileva l’alterazione, la cascata infiammatoria e la distruzione tissutale sono già avviate. Il BoP, in particolare, ha un elevato valore predittivo negativo ma un basso valore predittivo positivo se considerato isolatamente, e non consente di discriminare una mucosite reversibile dall’avvio di una peri-implantite. Emerge dunque la necessità di marcatori in grado di intercettare la patologia a livello molecolare, prima della sua espressione clinica conclamata.
Il paradigma del microbioma
L’eziopatogenesi delle patologie peri-implantari è oggi interpretata come l’esito di una disbiosi, ossia di uno squilibrio della comunità microbica del biofilm subgengivale, più che dell’azione di singoli patogeni. Studi di metagenomica a risoluzione di ceppo hanno identificato firme microbiche robuste e riproducibili associate alle malattie peri-implantari, distinte da quelle parodontali7, 8. In parallelo, modificazioni favorevoli del microbioma subgengivale risultano correlate al successo del trattamento clinico, suggerendo che la composizione della comunità batterica possa fungere sia da marcatore diagnostico sia da indicatore di esito9.
Il PreBiomics Implant Test
Il PreBiomics Implant Test (PIT) applica la tecnologia di metagenomica shotgun, che estrae e sequenzia in modo massivo l’intero DNA presente nel campione, restituendo informazioni sulla composizione tassonomica e sul potenziale funzionale dell’intera comunità microbica della placca peri-implantare7-9. Dall’analisi derivano tre indicatori clinicamente azionabili: (i) il Peri-implant Microbiome Score, che quantifica il grado di disbiosi su una scala in cui valori prossimi a 0 corrispondono a una condizione di salute; (ii) il PiRC (Peri-implantitis Related Complex), l’insieme di specie la cui abbondanza è correlata allo sviluppo e alla progressione della peri-implantite; (iii) il profilo di resistenza antibiotica e antisettica (AMR), che informa la scelta terapeutica in un’ottica di antimicrobial stewardship.
Obiettivo
Il presente caso clinico illustra come l’analisi metagenomica del microbioma peri-implantare possa trasformare un dubbio clinico ambiguo in una diagnosi precisa e documentata, guidare un trattamento mirato e non chirurgico e - elemento metodologicamente centrale - consentire la verifica oggettiva dell’esito mediante re-analisi del microbioma.
Presentazione del caso
Anamnesi e quadro clinico iniziale
Una paziente di 41 anni, in buona salute generale, non fumatrice, con stato parodontale stabile e igiene orale domiciliare ottimale, afferiva al controllo di mantenimento. Era portatrice di un impianto in sede 2.5, inserito nel 2017 e in funzione protesica, considerato clinicamente sano ai precedenti controlli di routine (Fig. 1). L’unico elemento riferito era un modesto sanguinamento durante lo spazzolamento, percepito dalla paziente come “forse normale”. Si trattava di un segnale che, nel contesto del mantenimento abituale, non era ancora stato collegato a una possibile patologia peri-implantare in atto.
L’esame obiettivo del sito 2.5 evidenziava un’alterazione del profilo dei tessuti molli marginali con sanguinamento al sondaggio. Il sondaggio parodontale documentava profondità di sondaggio aumentata, fino a 7 mm, con BoP positivo (Fig. 2). La radiografia endorale di baseline mostrava il sito implantare con un quadro osseo da approfondire alla luce dei reperti clinici (Fig. 3). Il quadro complessivo era compatibile con una peri-implantite, secondo le definizioni del 2017 (presenza di BoP, aumento della profondità di sondaggio rispetto ai controlli precedenti ed evidenza di perdita ossea)2.
Fig. 1 - Quadro clinico intraorale iniziale. (A) Visione laterale del settore postero-superiore sinistro; (B) visione frontale in occlusione.
Fig. 2 - Parodontogramma basale dei siti 2.4–2.5: profondità di sondaggio aumentate (fino a 7 mm) e sanguinamento al sondaggio positivo.
Fig. 3 - Radiografia endorale del sito 2.5 al baseline (impianto in sede 2.5 inserito nel 2017).
Quesito diagnostico
Il sanguinamento marginale, valutato isolatamente, ha un basso valore predittivo positivo: può accompagnare una semplice mucosite reversibile oppure mascherare l’avvio di una peri-implantite. La diagnosi convenzionale, basata su parametri clinici e radiografici, diviene affidabile solo quando il danno strutturale è già organizzato. Per uscire da questa “zona grigia” è stato deciso di indagare l’eziologia a monte, caratterizzando la composizione e il profilo funzionale della comunità microbica del sito mediante analisi metagenomica.
Materiali e metodi
Campionamento del biofilm subgengivale
Sul sito 2.5 è stato eseguito, in condizioni di isolamento dalla saliva e prima di qualsiasi strumentazione, il prelievo della sola placca subgengivale mediante curette sterile inserita nel solco peri-implantare. Il campione è stato stabilizzato e inviato al laboratorio per l’analisi metagenomica secondo il protocollo PreBiomics.
Analisi metagenomica shotgun (PreBiomics Implant Test)
Il DNA totale estratto dal campione è stato sottoposto a sequenziamento shotgun e ad analisi bioinformatica per la profilazione tassonomica e funzionale dell’intera comunità microbica7-9. Il referto restituisce: il Peri-implant Microbiome Score (grado di disbiosi); l’elenco delle 10 specie più abbondanti con segnalazione dell’eventuale appartenenza al PiRC e del confronto con l’intervallo di abbondanza della popolazione sana di riferimento; il profilo AMR, che per ciascuna molecola indica il grado di potenziale resistenza rispetto alla media della popolazione del database PreBiomics.
Protocollo di trattamento non chirurgico
Trattandosi di una peri-implantite in fase iniziale con accesso strumentale sufficiente, si è optato per un approccio conservativo che non prevedesse la rimozione della protesi né il sollevamento di un lembo. In un’unica seduta della durata di circa un’ora è stato applicato un protocollo non chirurgico e flapless articolato nelle seguenti fasi:
- Curettage del tessuto di granulazione presente nella tasca peri-implantare;
- Strumentazione a ultrasuoni con inserti dedicati per la disgregazione del biofilm e del tessuto patologico;
- Air-polishing con polvere di eritritolo per la decontaminazione delle spire esposte, secondo un approccio a bassa abrasività documentato per la rimozione del biofilm subgengivale10;
Irrigazione finale con soluzione fisiologica.
Il profilo AMR negativo ha consentito di impostare un trattamento meccanico-chimico locale senza ricorso ad antibiotici sistemici, in coerenza con i principi di uso responsabile degli antimicrobici.
Follow-up e re-test
A 3 mesi dal trattamento sono stati ripetuti l’esame clinico (PPD, BoP), la radiografia endorale e il prelievo per il re-test metagenomico del microbioma, al fine di verificare l’esito non solo sul piano clinico-radiografico ma anche su quello microbiologico.
Risultati
Quadro del microbioma al baseline
Il referto del PIT al baseline ha restituito un quadro netto e in evidente discordanza con la modestia dei segni clinici:
- Disbiosi documentata (Peri-implant Microbiome Score 70.9 - disbiosi da leggera a moderata (Fig. 4);
- Arricchimento di specie del PiRC tra le più abbondanti del campione (Fig. 5): Tannerella forsythia (10,71%), Desulfobulbus oralis (3,77%) e Fretibacterium fastidiosum (3,18%), con abbondanze relative superiori all’intervallo della popolazione sana di riferimento;
- Profilo AMR negativo: nessuna evidenza di resistenza nei confronti degli antibiotici e degli antisettici di uso comune (Fig. 6).
L’analisi metagenomica ha confermato che, dietro un quadro clinico quasi silente, era già in corso una perturbazione significativa del microbioma. È proprio la discordanza tra valutazione clinica e analisi del microbioma a conferire al test il ruolo di sistema di allerta precoce.
Fig. 4 - Estratto da referto PIT - Peri-implant Microbiome Score al baseline: 70.9 (disbiosi da leggera a moderata).
Fig. 5 - Estratto da referto PreBiomics Implant Test - elenco delle 10 specie più abbondanti al baseline; evidenziate le specie appartenenti al PiRC (Tannerella forsythia, Desulfobulbus oralis, Fretibacterium fastidiosum).
Fig. 6 - Estratto da referto PIT - profilo di resistenza antibiotica e antisettica (AMR): nessuna evidenza di resistenza.
Esito clinico e radiografico a 3 mesi
Al controllo a 3 mesi si è osservato:
- Risoluzione completa dell’infiammazione dei tessuti molli marginali (Fig. 7);
- Profondità di sondaggio ricondotte alla norma (~3 mm) con BoP negativo sui siti 2.4–2.5 (Fig. 8);
- Difetto osseo con segni radiografici di rimineralizzazione rispetto al baseline (Fig. 9).
Fig. 7 - Visione clinica del sito 2.5 post-trattamento (3 mesi).
Fig. 8_Parodontogramma di controllo (3 mesi): sondaggi nella norma sui siti 2.4–2.5.
Fig. 9 - Radiografia endorale del sito 2.5 post-trattamento (3 mesi).
Esito microbiologico a 3 mesi
Il re-test metagenomico ha documentato la risoluzione della disbiosi - Peri-implant Microbiome Score 15.1 (Fig. 10) - con scomparsa delle specie del PiRC dalle più abbondanti e ricomparsa di biomarker associati allo stato di salute (Fig. 11). Questo punto è il più rilevante sul piano metodologico: il successo del trattamento non è stato dedotto dalla sola scomparsa dei segni clinici, ma è stato verificato in modo oggettivo attraverso il ripristino documentato di un ecosistema microbico equilibrato.
Fig. 10 - Estratto da referto PIT - Peri-implant Microbiome Score al controllo a 3 mesi: 15.1 (assenza di disbiosi).
Fig. 11 - Estratto da referto PIT - elenco delle 10 specie più abbondanti al controllo a 3 mesi, con ricomparsa di biomarker associati allo stato di salute.
Conclusioni
L’integrazione dell’analisi del microbioma nel percorso diagnostico sposta il baricentro dalla reazione al danno alla prevenzione mirata. In questo caso ha permesso di gestire una peri-implantite iniziale con un approccio non chirurgico, flapless, conservativo dei tessuti e confortevole per la paziente, documentando un esito riproducibile e verificato su base biologica. Più che una tecnica aggiuntiva, il PIT offre al clinico e all’igienista una bussola: sapere che cosa si sta trattando, perché e con quale risultato. Approcci di questo tipo, guidati dalla diagnosi microbiologica, hanno il potenziale di ridurre il ricorso alla chirurgia e di rendere misurabile il successo del mantenimento implantare.
Bibliografia
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