LONDRA, Inghilterra: Gli atleti professionisti possono rappresentare il massimo della prestazione fisica, ma crescenti evidenze suggeriscono che la loro salute orale sia spesso tutt’altro che ottimale, sollevando preoccupazioni sia per la performance sia per il benessere a lungo termine. Raccogliendo le più recenti evidenze disponibili, una recente revisione narrativa ha analizzato perché gli atleti professionisti possano rappresentare una sfida preventiva peculiare per l’odontoiatria e perché la salute orale dovrebbe essere considerata in modo più sistematico nell’ambito dello sport ad alte prestazioni.
Nel complesso, la revisione ha rilevato che carie, malattia parodontale e usura erosiva dei denti sono condizioni comuni negli atleti professionisti. Sebbene vi fosse una marcata variabilità tra gli studi, la prevalenza di carie e usura erosiva appare più elevata rispetto a coorti di non atleti della stessa età. Gli autori spiegano che gli atleti profesionisti possono essere esposti a questo profilo di rischio orale specifico perché le esigenze nutrizionali legate ad allenamento, competizione e recupero richiedono spesso un’assunzione frequente e prolungata di carboidrati. Allo stesso tempo, fattori come la riduzione del flusso salivare contribuiscono allo sviluppo delle patologie, mentre i calendari di allenamento e gara possono rendere più difficile l’accesso a controlli e trattamenti odontoiatrici regolari.
La revisione sottolinea che la salute orale dovrebbe essere considerata all’interno di un ecosistema più ampio e olistico, che includa allenatori, nutrizionisti e organizzazioni sportive. Gli interventi focalizzati esclusivamente sul comportamento individuale potrebbero quindi risultare insufficienti in assenza di un supporto sistemico. In particolare, la revisione ha rilevato che gli atleti spesso riferiscono buone conoscenze in materia di salute orale e adeguate pratiche di igiene orale, suggerendo che ciò possa riflettere una disponibilità ad accettare un certo livello di rischio orale in nome della performance. Per questi motivi, gli autori indicano che la sola educazione è probabilmente insufficiente a ridurre le patologie orali e che la promozione della salute orale negli atleti professionisti dovrebbe essere piuttosto considerata una forma di mitigazione del rischio.
Poiché gli atleti professionisti sono fortemente orientati agli obiettivi e disposti a seguire programmi strutturati, la revisione suggerisce che gli interventi dovrebbero tenere conto delle motivazioni individuali e considerare le routine sportive e il supporto del team più ampio. In questo contesto, gli autori indicano strategie efficaci e a basso costo. Oltre alle raccomandazioni standard sull’uso di dentifrici ad alto contenuto di fluoro e sul supporto al miglioramento delle routine di igiene orale, viene suggerito lo screening regolare e un coaching preventivo personalizzato in base al rischio individuale, programmando tali controlli nel periodo di bassa stagione per consentire eventuali trattamenti. Vengono inoltre proposti aggiustamenti dietetici e modifiche pratiche all’idratazione, come l’alternanza tra acqua e bevande sportive. La revisione riporta anche che gli approcci di cambiamento comportamentale - in particolare quelli allineati ai fattori motivazionali degli atleti - hanno dimostrato miglioramenti nelle conoscenze, nelle abitudini e nelle prestazioni auto-riferite.
Importante, per gli atleti, una cattiva salute orale non è soltanto un problema clinico: può compromettere la performance. Ricerche precedenti hanno già dimostrato una chiara associazione tra patologie orali e riduzione della prestazione atletica, inclusi effetti negativi su allenamento e risultati in gara. Gli autori sostengono che lo sport professionistico dovrebbe essere considerato una priorità negli interventi di salute orale, non solo per tutelare gli atleti, ma anche per valorizzarne il ruolo di modelli di riferimento per la salute pubblica.
Lo studio, intitolato “What do we know about elite athlete oral health?”, è stato pubblicato online il 27 febbraio 2026 sul British Dental Journal.
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