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Quale approccio deve avere l’igienista dentale col paziente?

Clelia Mazza

Clelia Mazza

lun. 9 dicembre 2013

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Il contesto in cui opera l’igienista è la salute orale in collegamento con la promozione della salute più in generale. Per operare si avvale di una componente scientifica, legata alla terapia, ma anche strategica, nella gestione del paziente, perché suo compito è far guardare alla prevenzione come investimento per la vita.

Diceva infatti Ippocrate che “non basta insegnare la malattia e come la si cura. Occorre insegnare la salute e come conservarla”. Essendo le patologie cronico-degenerative la prima causa di morte, la prevenzione attraverso un sano stile di vita appare prioritaria. Di qui la necessità di competenze professionali e comunicative per facilitare il trasferimento dei messaggi: non bastano formazione e aggiornamento, bensì consapevolezza della propria responsabilità.
Nel Rapporto sulla salute europea, l’OMS ha individuato fattori di maggior rischio: fumo, ipertensione, sovrappeso, abuso d’alcol, ipercolesterolemia, scarsa attività fisica, poca frutta e verdura. Da queste aree prioritarie, dal dire no al tabagismo, a troppo alcool, allo stress psico-sociale, scaturisce la promozione di determinanti della salute: corretta alimentazione e regolare attività fisica. La salute orale richiede un approccio integrato tra valutazione di evidenze scientifiche, analisi bio-psico-sociale del paziente ed esperienza clinica. Importante creare un circolo virtuoso che, tramite una comunicazione efficace, favorisca la sua adesione per una maggior efficacia e soddisfazione finale. Si passa quindi dalla compliance (adesione) al trattamento condiviso, dal modello centrato sulla malattia a quello sulla persona. Motivare un paziente vuol dire costruire un rapporto di fiducia (occorrono anni!) e anche il linguaggio conta: secondo la PNL la comunicazione dovrà essere orientata sulle soluzioni più che sui problemi. Con la diffusione dei principi di Medicina Basata sulle Evidenze (EBM) si sono analizzati studi, casi, dati statistici e percentuali di successo. Dalla fine degli anni ’90 la Medicina Narrativa (NBM) guarda invece alle storie di malattia per comprendere meglio pazienti e patologie. Ispirato da Rita Charon, docente di Clinica medica alla Columbia University (N.Y) il movimento parte dall’idea che la Medicina clinica sia costituita da conoscenze scientifiche, dati e decisioni, ma anche dall’aiuto di persone composte di corpo e psiche. Non si parla quindi solo, oggettivamente, di “disease”, ma di “illness” cioè di malessere soggettivo, sapendo che la EBM è più tecnicistica ma che il paziente potrebbe fornire utili elementi per la cura. Di qui la malattia come insieme di sintomi e segni clinici con, da un lato, migliori possibilità diagnostiche, dall’altro, minor capacità d’ascolto del paziente. Fondata sull’ascolto, la Medicina Narrativa restituisce invece centralità del paziente, dando all’operatore una visione più completa della malattia. Secondo studi citati da Divinski, il paziente in ambulatorio infatti ha oggi in media solo 18 secondi per illustrare i sintomi prima di essere interrotto da domande.

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