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Intervista: “La formazione odontoiatrica deve avere come base quella medica e viceversa”

Thomas E. Van Dyke durante il suo intervento su “The future role of the dentist in the health system”, svolto il 30 aprile presso il Bella Center di Copenhagen. (Foto: privata)
Dental Tribune International

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ven. 13 maggio 2016

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In concomitanza con la SCANDEFA industry exhibition, l’Associazione Dentale Danese ha nuovamente tenuto dal 28 al 30 aprile il suo meeting annuale al Bella Center di Copenhagen. Nella conferenza del 30 aprile, Thomas E. Van Dyke, vicepresidente di ricerca clinica e traslazionale all’Istituto Forsyth di Cambridge (USA) ha parlato del cambiamento del ruolo del dentista nel sistema sanitario, intrattenendosi, con Dental Tribune Online, sulla necessità di una collaborazione interdisciplinare tra le cure mediche e dentali e di un possibile completamento della formazione odontoiatrica.

DT Online: Vari studi hanno accertato collegamenti sistemici tra malattia parodontale e cardiovascolare, demenza e diabete. Alla luce di tali conoscenze come saranno i futuri cambiamenti dell’Odontoiatria?
Van Dyke: Credo saranno cambiamenti di grande portata. Il dentista non può ignorare l’incidenza della patologia orale nel quadro di un benessere generale del paziente. Deve conoscere la fisiopatologia di base delle principali malattie dell’invecchiamento, quelle che esercitano maggior impatto sulla società, come i medici hanno bisogno di una conoscenza basilare della fisiopatologia delle affezioni del cavo orale. Per fornire al paziente le cure migliori Il lavoro di squadra in futuro sarà fondamentale.

Nonostante lo screening medico nel trattamento dentale si sia dimostrato economicamente vantaggioso e conveniente per la salute del paziente, non vi è stata, finora, una sua attuazione diffusa nello studio del dentista
La risposta è direttamente correlata alla domanda precedente. L’impegno del dentista si concentra tradizionalmente sulla diagnosi e la cura della patologia orale. Il nuovo concetto comporta invece la consapevolezza che esiste una correlazione tra le malattie orali e quelle sistemiche ‒ e viceversa ‒ e nel prendere parte attiva a identificare soggetti a rischio di patologie non trasmissibili. Inoltre, in certi casi, nel far parte del team di assistenza sanitaria durante lo screening della malattia.
Per esempio, è stato dimostrato che nella popolazione tra i 40 e i 60 anni, età in cui il rischio di diabete di tipo 2 aumenta, la frequenza di visite mediche (ovviamente in assenza di patologie gravi) si verifica ad una distanza di cinque o dieci anni. Eppure, questi stessi individui vanno in genere dal dentista due volte l’anno per controllare la bocca. La frequenza di tali visite offre l’opportunità di fare uno screening per la misurazione dell’emoglobina glicata (HbA1c) come parte di un esame di routine. Il dentista non diagnosticherà o fornirà cure per il diabete, tuttavia valori anormali dovrebbero indurre a rivolgersi al medico per un controllo.
I dati parlano chiaro: il tasso di identificazione di pazienti con prediabete o diabete di tipo 2 diagnosticati in questo modo è elevato. Il che rende economicamente vantaggioso l’avvio delle procedure citate. Considerando che la maggior parte dei casi di diabete di tipo 2 vengono diagnosticati fino a 15 anni dopo l’esordio, quando le persone manifestano già delle complicanze, è evidente, per il loro trattamento, quale sia il beneficio a lungo termine, della riduzione dei costi.

Ritiene che occorra fare uno sforzo per intensificare la collaborazione tra cure dentistiche e mediche, cominciando innanzitutto, dalla formazione dei dentisti?
Sì, e anche dei medici. Su questo tema esiste chiaramente un gap nella formazione di entrambi e sul come comportarsi. Come i dentisti dovrebbero ricercare determinate patologie sistemiche, così i medici dovrebbero fare altrettanto con le patologie orali e riferirle ai dentisti. La formazione odontoiatrica è correttamente concentrata sulle procedure, mentre i dentisti sono essenzialmente dei chirurghi. Tuttavia, la loro formazione deve comprendere una cultura medica di base e una formazione nell’applicazione clinica di tali conoscenze. Ad oggi tutto ciò non è adeguatamente preso in considerazione.

I professionisti del dentale dovranno cambiare la percezione del loro ruolo, guardando se stessi più come fornitori di servizi sanitari più ampi?
Sì, tutti i professionisti della Sanità a prescindere dalla loro specializzazione, hanno la responsabilità di una completa visione del paziente, non soltanto di quella legata alla loro area di competenza.

Quali sono, in generale, le principali sfide dell’assistenza sanitaria odontoiatrica?
La medicina personalizzata, che include l’odontoiatria, è chiaramente il futuro dell’assistenza sanitaria. La sfida del futuro è garantire l’inclusione dell’odontoiatria a ogni livello. Questo implica una corretta formazione dei dentisti e dei nostri colleghi medici in modo che collaborino, includendo le cartelle odontoiatriche in quelle cliniche, assicurandosi che i dentisti abbiano accesso

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