Nel mondo vengono posizionati circa 12 milioni di impianti all’anno e attualmente le malattie perimplantari, descritte per la prima volta durante il Workshop Europeo di Parodontologia nel 1993, rivestono un reale problema medico per l’importante impatto sulla popolazione in termini di costi biologici e finanziari. Per capire la portata del problema, in una recente revisione sistematica, la prevalenza della perimplantite a livello dei pazienti variava dall’1 al 47%.
Ad oggi, non vi è consensus su quale sia il protocollo di trattamento ottimale, rendendo pertanto difficile suggerire quali strategie terapeutiche siano le più efficaci per il trattamento delle lesioni perimplantari, in base alla loro morfologia, estensione e severità. Inoltre, molte volte, anche dopo terapia chirurgica, si assiste a una recidiva della malattia e questo crea sconforto a livello dei pazienti. Rispetto alla patologia parodontale, le malattie perimplantari presentano alcune differenze sostanziali sia dal punto di vista anatomico e strutturale che per quanto riguarda l’onset e il pattern della malattia stessa. I dati e le nostre esperienze cliniche hanno evidenziato come la progressione della perimplantite sia più veloce di quella osservata nella parodontite.
Le principali armi che abbiamo per contrastarla sono rappresentate da un attento e personalizzato programma di mantenimento parodontale unito a tre fattori: diagnosi accurata e precoce, unita a un’attenta scelta del sistema implantare utilizzato. Un ruolo molto importante riveste la protesi che deve essere eseguita “lege artis”. Alcuni lavori scientifici evidenziano come la malattia perimplantare, in molti casi clinici, sia iatrogena, causata da protesi che non possono essere mantenute dal paziente dalle normali procedure di igiene orale domiciliare. A tal proposito penso che questo sia uno dei fattori più importanti da tenere in considerazione: ricordiamoci che il progetto protesico precede il progetto chirurgico e si può con un’attenta pianificazione prevedere il grado di mantenibilità delle future protesi implantari.
È importante attribuire a ogni singolo paziente un profilo individualizzato valutando i rischi sistemici e locali; questo ci permette di classificare i pazienti in fasce di rischio e scadenziare la frequenza dei richiami in basi alla sua condizione specifica. Tuttavia, recenti linee guida delle più prestigiose Società italiane e internazionali che si interessano di implantologia, sottolineano come una frequenza di richiamo ogni 3-4 mesi nel primo anno sia il protocollo più attuale e suggerito. Successivamente la cadenza dei richiami può essere stabilita in base alla risposta individuale e alla compliance del Paziente.
Il vecchio motto “prevenire è meglio di curare” è sempre di grande attualità.
Nota editoriale:
L’articolo è stato realizzato come editoriale del magazine implants 1/22.
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