L’odontoiatria digitale offre nuove opportunità per migliorare l’accuratezza delle procedure cliniche, ottimizzare i tempi di lavoro e rendere più efficiente l’organizzazione dello studio. Ma per sfruttarne pienamente le potenzialità non basta disporre di tecnologie avanzate: servono conoscenza, spirito critico e formazione continua. In occasione del Dentsply Sirona World 2026 Italia, svoltosi a Bologna, i dottori Giovanni Pisoni e Nicola Barbanti hanno approfondito questi temi durante una sessione dedicata ai flussi digitali, dalla scansione intraorale alla produzione chairside. Nell’intervista condotta dalla dott.ssa Patrizia Gatto, un confronto sull’evoluzione delle tecnologie, sul ruolo dell’errore nei processi di apprendimento e sull’importanza di integrare innovazione e competenze cliniche.
Durante la vostra sessione al Dentsply Sirona World 2026 Italia avete affrontato diversi aspetti dell'odontoiatria digitale, dalla scansione intraorale ai flussi chairside. Dott. Pisoni, vorrei partire da un concetto che ha sottolineato all'inizio della sua relazione: ci si può anche divertire praticando l'odontoiatria digitale?
Assolutamente sì, purché tutto funzioni correttamente. Credo che nella pratica dell'odontoiatria digitale debba esserci anche una componente di sano divertimento, che nasce innanzitutto dalla conoscenza approfondita dei principi e delle tecniche necessarie per gestire questi strumenti. Divertirsi è importante perché, senza una certa dose di divertimento, difficilmente possiamo raggiungere un livello altrettanto elevato di soddisfazione professionale. Questa soddisfazione non deriva soltanto dal vedere che tutte le fasi del piano di trattamento si integrano correttamente e conducono al risultato previsto. È legata anche alla risposta del paziente, al cambiamento che possiamo osservare tra l'inizio e la conclusione del percorso terapeutico.
L'appagamento professionale nasce quindi dall'incontro tra competenza clinica e dimensione umana, un aspetto che considero fondamentale nel rapporto quotidiano con i pazienti.
Un altro concetto interessante che ha affrontato riguarda la predisposizione all'errore. Perché è così importante nell'approccio alle tecnologie digitali?
Dott. Pisoni: La predisposizione all'errore è fondamentale, perché ci permette di comprendere se il flusso di lavoro che stiamo seguendo sia corretto oppure no. È un principio strettamente legato al metodo scientifico: formuliamo un'ipotesi, la verifichiamo e cerchiamo di individuare il percorso più appropriato per raggiungere un determinato risultato. All'interno di questo processo, l'errore deve essere contemplato perché rappresenta una parte integrante dell'apprendimento. Sbagliare ci fornisce informazioni preziose: ci permette di capire quali passaggi non funzionano e quali percorsi dobbiamo evitare. È proprio attraverso questa capacità di analisi critica che possiamo migliorare progressivamente i nostri protocolli operativi.
Qual è, secondo lei, la differenza più significativa tra un flusso analogico e uno digitale?
Dott. Pisoni: È una domanda alla quale potremmo dedicare un'intera relazione. Se dovessi individuare la differenza principale, direi che il flusso digitale ci permette di controllare in tempo reale ciò che stiamo facendo. Con le procedure analogiche, per esempio, per verificare la qualità di un'impronta era necessario attendere che venisse colata, preparata e successivamente analizzata in laboratorio. Oggi, invece, acquisiamo direttamente un dato digitale che possiamo visualizzare, analizzare e valutare immediatamente. Questo ci consente di intervenire criticamente sul flusso di lavoro senza dover necessariamente attendere le successive fasi di laboratorio per verificare la qualità di quanto abbiamo acquisito. È un cambiamento importante, perché aumenta la nostra capacità di controllo sull'intero processo.
Durante la relazione ha sottolineato anche l'importanza delle strategie di scansione per ottenere risultati accurati. Come possiamo individuare i protocolli più appropriati?
Dott. Pisoni: Paradossalmente, le indicazioni sulle strategie di scansione sono nate anche attraverso quella predisposizione all'errore di cui parlavamo prima. Non tutti i produttori sono riusciti, fin dall'inizio, a fornire protocolli guidati e pienamente adeguati per la gestione delle impronte digitali. Il problema è che l'evoluzione dell'hardware e del software è stata talmente rapida da rendere difficile accompagnarla con evidenze scientifiche altrettanto tempestive. La letteratura, infatti, richiede tempi di produzione e validazione dei dati inevitabilmente più lunghi rispetto a quelli dell'innovazione tecnologica. Diventa quindi fondamentale mantenere un approccio critico, verificare i risultati e confrontare i dati ottenuti. La predisposizione all'errore ci aiuta proprio in questo: ci permette di capire se stiamo procedendo nella direzione corretta attraverso la valutazione oggettiva dei risultati. Uno degli aspetti più importanti dell'evoluzione digitale è che oggi possiamo misurare e analizzare elementi che in passato non erano altrettanto facilmente quantificabili.
Una domanda che riguarda entrambi: quanto costa cambiare? È un interrogativo che molti odontoiatri si pongono quando devono valutare l'introduzione di nuove tecnologie nello studio.
Dott. Pisoni: Quando mi viene posta questa domanda, rispondo sempre con un'altra: quanto costa non cambiare? Spesso è proprio la decisione di non innovare a generare maggiori difficoltà nel flusso di lavoro. Se l'evoluzione del settore odontoiatrico si sta orientando sempre più verso il digitale, dobbiamo chiederci quale sarà il costo, in termini economici e di tempo, del mancato avvicinamento a queste tecnologie. A mio avviso, nel lungo periodo potrebbe essere molto superiore rispetto all'investimento necessario per adottarle. Naturalmente dobbiamo considerare le curve di apprendimento. Introdurre un nuovo sistema digitale richiede formazione, capacità di adattamento e disponibilità a mettere in discussione le proprie abitudini. Non sempre è semplice, soprattutto per chi proviene da percorsi formativi sviluppati prima della diffusione delle attuali tecnologie. È quindi necessario acquisire una mentalità aperta al cambiamento e, ancora una volta, una buona capacità di valutazione critica dell'errore.
Dott. Barbanti, nella sua relazione ha approfondito proprio il valore del tempo, soprattutto in relazione ai flussi chairside. In che modo il digitale può migliorare l'efficienza dello studio?
Il digitale ci permette di ottimizzare i tempi, ma dobbiamo comprendere correttamente che cosa significhi questa espressione. Non si tratta semplicemente di risparmiare trenta secondi durante una scansione. Il vero vantaggio consiste nel creare un flusso di lavoro che riduca gli appuntamenti inutili e la necessità di richiamare il paziente per correggere eventuali problemi. Grazie agli strumenti digitali possiamo analizzare in maniera critica e puntuale le preparazioni dentali, la posizione degli impianti e degli scan body, cercando di ottenere dati il più possibile precisi sui quali lavorare. Se poi parliamo di chairside, il vantaggio diventa ancora più evidente. Possiamo infatti iniziare e concludere una terapia nell'arco di un'unica seduta, anche quando questa comprende una terapia canalare e, soprattutto, la realizzazione del restauro definitivo. Questo significa evitare appuntamenti successivi, prove intermedie e ulteriori passaggi che comporterebbero un aumento dei tempi e dei costi, anche per il paziente.
Dott. Pisoni, torniamo al tema dell'accuratezza delle scansioni. Durante la sua relazione ha presentato anche studi scientifici recenti, pubblicati nel 2025, relativi alle prestazioni dei sistemi Primescan. Quanto conta il supporto della letteratura nella valutazione delle tecnologie digitali?
È fondamentale. Quando presentiamo un risultato derivante dalla nostra esperienza personale dobbiamo ricordare che, dal punto di vista scientifico, un case report rappresenta un livello di evidenza limitato. Le affermazioni relative alle prestazioni di una tecnologia devono quindi essere sostenute da studi con una base statistica e scientifica adeguatamente documentata. Soltanto in questo modo possiamo attribuire maggiore solidità alle nostre considerazioni. Personalmente ritengo che il riferimento alla letteratura debba essere sempre presente quando vogliamo trasmettere informazioni cliniche e tecniche ai colleghi. L'esperienza personale rimane importante, ma deve essere affiancata da dati scientifici che permettano di valutare criticamente le nostre conclusioni.
In particolare, ha affrontato il tema della scansione nelle riabilitazioni implantoprotesiche, evidenziando l'importanza di diverse variabili. Quali sono quelle che incidono maggiormente sull'accuratezza?
Dott. Pisoni: Le variabili sono numerose, soprattutto quando lavoriamo su scansioni implantari di arcate complete. Dobbiamo considerare innanzitutto le distanze interimplantari, le strategie di scansione utilizzate e le angolazioni degli impianti. A questi fattori si aggiungono l'esperienza dell'operatore, la conformazione degli scan body e la geometria delle loro connessioni. Sono tutti elementi che possono influenzare il risultato finale, introducendo distorsioni oppure contribuendo a migliorare l'accuratezza dell'acquisizione. Per questo motivo è difficile stabilire a priori se una scansione sia corretta senza considerare l'insieme di queste variabili. Non dobbiamo inoltre attribuire automaticamente un eventuale errore alle prestazioni dello scanner. Nella maggior parte dei casi, infatti, gli scanner attuali presentano livelli di performance molto elevati e diventano essi stessi strumenti attraverso i quali possiamo individuare, analizzare e interpretare l'errore. È una possibilità che con le procedure analogiche risultava molto meno immediata.
Un'altra evoluzione importante è rappresentata dall'utilizzo di piattaforme cloud come DS Core, rispetto ai tradizionali sistemi basati su computer e server locali. Quali vantaggi offre questa modalità di lavoro?
Dott. Pisoni: Dal punto di vista economico, uno dei primi vantaggi è la possibilità di utilizzare software gestiti attraverso il cloud senza dover necessariamente acquistare e mantenere un'infrastruttura hardware dedicata. Questo può rappresentare un beneficio in termini di investimento e gestione delle risorse. A ciò si aggiungono gli aspetti legati alla sicurezza, all'archiviazione e alla conservazione dei dati. Credo però che Nicola possa approfondire meglio i vantaggi operativi derivanti dall'utilizzo diretto di questi software.
Dott. Barbanti: Dal punto di vista tecnico, poter disporre della potenza di calcolo di un data center offre opportunità molto interessanti. Per esempio, permette di ottenere modellazioni anatomiche più accurate e prime proposte progettuali maggiormente conformi all'anatomia naturale del dente. Si tratta anche di un cambiamento di mentalità: in molti settori ci stiamo orientando verso servizi on demand, utilizzabili in funzione delle necessità. Credo che l'approccio adottato da Dentsply Sirona sia particolarmente proiettato verso il futuro. Spostando parte delle elaborazioni e dei servizi su piattaforme esterne, possiamo ridurre la dipendenza dalle prestazioni e dall'obsolescenza dei computer presenti nello studio, accedendo a software e funzionalità progressivamente aggiornati. Un altro vantaggio riguarda la conservazione dei dati. Possiamo disporre di una sorta di gipsoteca virtuale, nella quale archiviare un numero molto elevato di scansioni e mantenere una documentazione storica delle procedure eseguite. Questo ci permette di recuperare e confrontare nel tempo le informazioni relative ai nostri pazienti.
Dott. Barbanti, lei si occupa in particolare di odontoiatria restaurativa e utilizza abitualmente il sistema CEREC per la produzione dei manufatti direttamente in studio. Che cosa apprezza maggiormente di questo approccio?
Ho sempre avuto un forte interesse per il mondo odontotecnico, pur non essendo odontotecnico. Mi piace molto la possibilità di progettare e modellare personalmente un restauro, sfruttando gli strumenti messi a disposizione dai software digitali. Come odontoiatra conosco direttamente le esigenze cliniche del paziente e questo mi permette di personalizzare il progetto in funzione delle sue caratteristiche specifiche. Nella mia realtà professionale trovo particolarmente utile poter disegnare, modellare e mettere in produzione direttamente i manufatti, soprattutto quando parliamo di restauri singoli o di riabilitazioni limitate. Naturalmente, quando affrontiamo lavori più complessi, il ruolo dell'odontotecnico rimane fondamentale e non intendo in alcun modo sovrappormi alle competenze di professionisti che svolgono un lavoro eccellente. Per i restauri di dimensioni contenute, tuttavia, ritengo che l'odontoiatra possa gestire efficacemente anche la fase progettuale e produttiva, dedicando particolare attenzione alle esigenze cliniche del singolo paziente. Oltre alla soddisfazione professionale, questo approccio mi permette di ottimizzare tempi e costi, con benefici sia per l'organizzazione dello studio sia per il paziente.
Dal punto di vista normativo, l'odontoiatra può realizzare direttamente in studio restauri attraverso un flusso chairside?
Dott. Barbanti: Sì, è un argomento che in passato ha suscitato un certo dibattito e sul quale, occasionalmente, emergono ancora interrogativi. Nel chairside realizziamo dispositivi destinati a essere messi in servizio e non immessi sul mercato. Si tratta di una distinzione importante dal punto di vista normativo. L'odontoiatra si assume la responsabilità della procedura, così come avviene per altre prestazioni restaurative eseguite direttamente sul paziente. Naturalmente è necessario rispettare gli obblighi previsti, predisporre la documentazione richiesta e garantire la tracciabilità dei materiali e delle procedure. Dobbiamo quindi registrare, per esempio, il numero di lotto del materiale utilizzato per il fresaggio, le informazioni relative ai software e alle apparecchiature impiegate e gli altri dati necessari alla documentazione clinica. Queste informazioni devono essere correttamente conservate e riportate nella documentazione del paziente. Nel rispetto delle disposizioni applicabili, quindi, è possibile realizzare restauri attraverso procedure chairside direttamente nello studio odontoiatrico.
Durante la sua relazione ha affermato che l'utilizzo di CEREC può essere vantaggioso anche soltanto per la realizzazione dei provvisori. Per quali ragioni?
Dott. Barbanti: I vantaggi sono sia biologici sia economici, due aspetti che considero particolarmente importanti. Dal punto di vista biologico, l'utilizzo di materiali fresati ci permette di evitare alcune criticità associate alle resine polimerizzate direttamente nel cavo orale. Non abbiamo infatti la stessa esposizione ai monomeri che può verificarsi con determinate procedure tradizionali, perché utilizziamo blocchetti di resina già polimerizzati industrialmente, che vengono successivamente fresati. Questi materiali presentano caratteristiche di stabilità che possono favorire una risposta dei tessuti più prevedibile. Dal punto di vista economico, invece, possiamo evitare alcune lavorazioni preliminari necessarie per la realizzazione dei provvisori con tecniche convenzionali. Riduciamo così il tempo dedicato alla preparazione e alle successive fasi di ribasatura o adattamento, con un vantaggio organizzativo ed economico.
Dott. Pisoni, un altro argomento che ha affrontato riguarda la differenza tra tolleranza meccanica e tolleranza digitale. Perché è così importante comprenderne il rapporto?
È un tema che ha colpito molto anche me quando ho iniziato ad approfondirlo, perché rappresenta uno degli aspetti nei quali il digitale ci ha permesso di comprendere meglio la natura dell'errore. Quando lavoravamo esclusivamente con procedure analogiche, alcune tolleranze erano difficilmente misurabili. Pensiamo, per esempio, alla differenza tra la posizione reale di un impianto nella bocca del paziente e quella riprodotta sul modello dopo i diversi passaggi di laboratorio. Non disponevamo degli strumenti necessari per misurare e interpretare con la stessa precisione gli scostamenti che potevano verificarsi lungo il percorso. Oggi, invece, questi dati possono essere acquisiti, analizzati e quantificati. La tolleranza meccanica diventa quindi un elemento fondamentale nella valutazione dell'accuratezza complessiva del flusso digitale. Dobbiamo infatti considerare che componenti meccaniche usurate possono generare risultati non corretti anche quando tutte le fasi digitali sono state eseguite perfettamente. È uno dei punti nei quali analogico e digitale si incontrano e diventano strettamente dipendenti l'uno dall'altro. La precisione finale non dipende soltanto dalla qualità della scansione, ma anche dalle caratteristiche e dalle condizioni delle componenti meccaniche coinvolte.
Durante la relazione ha mostrato anche una curiosa interrogazione a ChatGPT, dalla quale Primescan risultava tra gli scanner più performanti. Che valore attribuisce a questo tipo di risposta?
Dott. Pisoni: Come ho sottolineato durante la relazione, quella risposta era valida soltanto per il momento in cui è stata generata e per la specifica domanda formulata. I sistemi di intelligenza artificiale elaborano le informazioni sulla base di determinati parametri e delle modalità con cui vengono interpretati. Non attribuisco quindi alcun valore scientifico a quel risultato: si trattava semplicemente di una curiosità. Rimane però interessante osservare come Primescan venga associato a sistemi tecnologicamente molto performanti. A mio avviso, uno dei suoi principali punti di forza è la versatilità, perché può essere utilizzato in numerosi ambiti clinici: dall'ortodonzia all'odontoiatria conservativa, dall'implantoprotesi alla protesi tradizionale, fino alla parodontologia. In quest'ultimo ambito, per esempio, la scansione può essere utile anche per monitorare e confrontare nel tempo le recessioni gengivali. Non dobbiamo poi dimenticare il valore che queste tecnologie possono avere nella relazione con il paziente. La possibilità di visualizzare direttamente la propria situazione clinica attraverso strumenti digitali avanzati può migliorare l'esperienza complessiva del paziente e favorirne il coinvolgimento nel percorso terapeutico. È quindi uno strumento che non offre soltanto vantaggi tecnici, ma può contribuire anche alla comunicazione e alla partecipazione del paziente alle scelte di trattamento.
Dott. Barbanti, nella conclusione della sua relazione ha utilizzato un'espressione interessante: “chairside come opzione”. Significa che l'odontoiatra può avvicinarsi progressivamente a queste tecnologie, senza dover necessariamente adottare subito un flusso completamente digitale?
Esattamente. Uno degli aspetti più interessanti di queste sistematiche è proprio la possibilità di adottarle gradualmente. Possiamo iniziare semplicemente acquisendo scansioni digitali, imparando ad analizzarle e continuando a collaborare con il nostro odontotecnico. Successivamente, se lo desideriamo, possiamo ampliare il flusso di lavoro introducendo nuove funzionalità e arrivando eventualmente alla produzione chairside. Oggi questo percorso è più accessibile rispetto al passato, perché stiamo passando da sistemi che richiedevano l'acquisto di software e apparecchiature dedicate a soluzioni sempre più orientate verso servizi on demand. Possiamo quindi utilizzare determinate funzionalità quando ne abbiamo effettivamente bisogno, contenendo l'investimento iniziale e avvicinandoci progressivamente alla tecnologia. Non ritengo indispensabile che ogni studio disponga di un sistema chairside. Nella mia esperienza, però, questa possibilità ha contribuito in maniera significativa a migliorare la qualità del lavoro e, soprattutto, mi ha portato a prestare maggiore attenzione a piccoli dettagli clinici che, con altre procedure, avrei potuto non cogliere con la stessa immediatezza.
Per concludere, entrambi avete sottolineato più volte l'importanza della preparazione e dell'aggiornamento professionale. Dott. Barbanti, questo è anche uno degli obiettivi del Master universitario in Odontoiatria Digitale che avete sviluppato a Brescia?
Dott. Barbanti: Certamente. Credo che uno degli aspetti sui quali sia ancora necessario investire maggiormente nel mondo dell'odontoiatria digitale sia proprio la cultura. Abbiamo a disposizione tecnologie estremamente potenti, ma per sfruttarle correttamente dobbiamo conoscerle e comprenderne i principi di funzionamento. L'unico modo per farlo è studiare e formarsi, possibilmente confrontandosi con professionisti che abbiano maturato una lunga esperienza e che, attraverso numerose prove e verifiche, siano riusciti a perfezionare le proprie tecniche. Non basta sapere come eseguire una procedura: dobbiamo comprenderne anche le ragioni. Senza questa consapevolezza, il percorso di apprendimento diventa inevitabilmente più complesso e raggiungere risultati affidabili richiede maggiori difficoltà. È proprio con questa impostazione che abbiamo contribuito a creare il Master in Odontoiatria Digitale dell'Università di Brescia.
Dott. Pisoni, quindi formazione, aggiornamento e capacità di imparare dagli errori diventano gli elementi fondamentali per costruire protocolli di lavoro sempre più efficaci?
Assolutamente sì. Devo riconoscere a Nicola e al professor Cerutti il merito di aver dato vita a un'iniziativa formativa che considero particolarmente interessante e non così comune nel panorama italiano. Uno dei suoi principali punti di forza è la possibilità di confrontarsi con relatori di grande esperienza, che portano competenze e visioni differenti. Queste prospettive, pur partendo da esperienze diverse, convergono verso un obiettivo comune: conoscere sempre meglio i sistemi che utilizziamo per migliorare la qualità dei risultati clinici. Un altro aspetto che considero particolarmente importante è il confronto tra odontoiatri e odontotecnici. All'interno del Master queste figure professionali vengono poste sullo stesso piano dal punto di vista dell'apprendimento tecnologico, perché gli strumenti digitali utilizzati sono sostanzialmente gli stessi. Naturalmente ciascuno mantiene le proprie competenze e responsabilità, ma tutti contribuiscono, attraverso attività differenti, alla costruzione del risultato finale. È proprio questa integrazione delle conoscenze che permette di migliorare il percorso terapeutico e raggiungere l'obiettivo più importante: la soddisfazione del paziente.
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