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Sanità e formazione: emergenze non più rinviabili per medici, odontoiatri e Collegio dei Docenti Universitari di Odontoiatria

Immagine di copertina by Monkey Business/Adobe Stock.

mar. 21 luglio 2026

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Colpiscono gli appelli e gli articoli usciti recentemente per segnalare come non solo la carenza di medici italiani e l’insufficienza dei finanziamenti destinati alle specialità universitarie non trovino soluzioni concrete, ma addirittura come il protrarsi di una situazione stagnante stia producendo ripercussioni gravissime sulla popolazione, in particolare sulle fasce più fragili.

Mi riferisco, in particolare, a due articoli. Il primo, pubblicato sul sito della FNOMCeO di Torino lo scorso aprile, riportava le dichiarazioni del presidente Guido Giustetto sul cosiddetto fenomeno degli “invisibili” della sanità. Solo in Piemonte circa 3.224 professionisti sanitari extra-UE non hanno ancora ottenuto il riconoscimento del titolo da parte del Ministero della Salute; di questi, 518 sono medici e oltre 160 odontoiatri. Questi professionisti non possono iscriversi all’Ordine, che ha il compito di verificarne i requisiti. La Regione ha annunciato il prolungamento dell’impiego di personale sanitario formato all’estero per far fronte alla carenza di medici e operatori, una situazione presente anche in altre regioni. Con la determina n. 204 del 3 aprile 2026 è stato aggiornato l’elenco dei professionisti stranieri abilitati. Tale misura, in vigore fino al 31 dicembre 2029, consente ai professionisti privi del riconoscimento ufficiale di lavorare sulla base di titoli autocertificati, non verificati attraverso i canali istituzionali.

Ciò rappresenta un elemento di preoccupazione, poiché manca un pieno riconoscimento secondo le procedure ordinarie e questo potrebbe incidere sulla qualità dell’assistenza. La grande eterogeneità della provenienza di questi professionisti, soprattutto dall’America Latina e dall’Asia, pone inoltre interrogativi sulla loro integrazione nel sistema sanitario.

Vi è poi la necessità di individuare misure strutturali che vadano oltre l’attuale proroga, investendo nella formazione e in percorsi di stabilizzazione del personale sanitario. Per quanto riguarda gli odontoiatri, la situazione appare diversa: non esistono carenze significative nel settore e l’applicazione di questa normativa nei loro confronti sembra poco appropriata. Infine, la mancata verifica della conoscenza della lingua italiana rappresenta un ulteriore elemento di criticità, evidenziato dalla Commissione Albo Odontoiatri di Torino, che chiede di escludere gli odontoiatri dall’elenco temporaneo per garantire la sicurezza delle cure.

Sull’argomento, a metà luglio, è stato pubblicato anche un comunicato stampa della FNOMCeO nazionale, nel quale si riferiva che il presidente della Commissione Albo Odontoiatri nazionale, Andrea Senna, aveva formalmente richiesto al Ministero della Salute di escludere esplicitamente la professione odontoiatrica dal regolamento che consente ai professionisti sanitari con qualifiche conseguite all’estero di lavorare in Italia senza il pieno riconoscimento dei titoli. Il regolamento, prorogato fino al 31 dicembre 2029, permette infatti a medici e infermieri formati all’estero di esercitare temporaneamente presso strutture sanitarie e sociosanitarie pubbliche o private accreditate senza iscrizione agli Ordini professionali. Senna sottolinea come tale normativa sia stata concepita chiaramente per le professioni mediche e infermieristiche, interessate da una grave carenza di personale, mentre l’odontoiatria non presenta questa criticità. In Italia operano circa 65.000 odontoiatri, per la maggior parte liberi professionisti, e la normativa non li cita espressamente. Inoltre, in alcune regioni sono stati segnalati casi di odontoiatri formati all’estero che esercitano temporaneamente anche in studi dentistici privati, realtà che la legge non contempla, facendo invece esplicito riferimento a “strutture” quali ospedali e cliniche. Per evitare interpretazioni difformi e applicazioni non uniformi tra le diverse regioni, Senna ha quindi chiesto al Ministero della Salute un provvedimento chiaro e autorevole che escluda inequivocabilmente la professione odontoiatrica dall’ambito di applicazione del regolamento.

Il secondo articolo, apparso a luglio su Odontoiatria33, riportava invece la richiesta urgente del Collegio dei Docenti Universitari di Discipline Odontostomatologiche, attraverso il presidente Lorenzo Lo Muzio, di emanare il DPCM necessario per assegnare le risorse destinate alle borse di studio degli specializzandi e consentire l’attivazione delle Scuole di Specializzazione in Odontoiatria per l’anno accademico 2025/2026. Attualmente le università stanno affrontando notevoli difficoltà a causa del ritardo nell’attivazione delle scuole, nonostante abbiano già pubblicato i bandi e concluso le procedure concorsuali.

Questo ritardo non incide soltanto sulla formazione degli specializzandi, ma anche sull’assistenza ai cittadini, poiché questi specialisti contribuiscono in modo significativo alle attività cliniche e ai programmi di odontoiatria sociale. Il Collegio teme inoltre una possibile riduzione delle borse disponibili, che rischierebbe di compromettere il necessario ricambio generazionale della professione.

Sembra incredibile che bisogni primari come la salute dei cittadini e la formazione dei futuri professionisti siano trascurati, per non dire ignorati, dallo Stato italiano. Sarebbe facile attribuire le responsabilità a chi ha governato negli ultimi anni, ma le origini di quelle che stanno assumendo i contorni di vere emergenze sociali risalgono a molti anni fa e coinvolgono governi di ogni colore politico che, al di là degli slogan elettorali, non hanno mai affrontato realmente il tema della sanità e della formazione universitaria, né sotto il profilo della programmazione né sotto quello degli investimenti.

La sanità, la formazione sanitaria e la programmazione del personale sembrano oggi lontanissime dalle priorità della politica. Eppure questi gridi d’allarme, lanciati da autorevoli rappresentanti delle professioni, meriterebbero di essere conosciuti molto di più dai cittadini e dai contribuenti, che ogni giorno si chiedono dove finiscano i sacrifici compiuti per pagare le tasse. Non c’è quindi da stupirsi se il prelievo fiscale viene vissuto con crescente sfiducia, quando salute e formazione, pilastri fondamentali di una società civile, ricevono soltanto le briciole di una spesa pubblica e di un debito ormai di dimensioni enormi.

Per non parlare della mortificazione vissuta ogni giorno dai professionisti della sanità, costretti ad assistere al progressivo deterioramento di quella qualità del sistema sanitario italiano che per decenni è stata considerata un fiore all’occhiello nel mondo. Il vero Made in Italy, in fondo, non dovrebbe essere proprio la capacità di prendersi cura delle persone e di garantire loro una vita sana?

 

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