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Microplastiche in odontoiatria: “Serve un approccio improntato all’attenzione”

Sebbene le evidenze sul rilascio di microplastiche in odontoiatria siano ancora limitate, è già chiaro che ridurre l’esposizione rappresenta una misura prudente nella pratica clinica e di laboratorio (Immagine: Pcess609/Adobe Stock).

I materiali dentali a base polimerica, i prodotti per l’igiene orale e le comuni procedure cliniche possono contribuire al rilascio di microplastiche e nanoplastiche, ma l’entità e le implicazioni di questa esposizione restano ancora incerte. Dental Tribune International ha intervistato il dott. Akash Kumar Giri, odontoiatra presso il Lumbini Zonal Hospital in Nepal e coautore di una recente revisione narrativa sulle microplastiche e nanoplastiche in odontoiatria, per approfondire le possibili fonti di esposizione, le evidenze attualmente disponibili e le misure pratiche che i professionisti del settore possono adottare per ridurne il rilascio non necessario.

Dott. Giri, perché ha ritenuto che l’odontoiatria meritasse una maggiore attenzione nell’ambito della ricerca sulle microplastiche e nanoplastiche?
Questa revisione è nata da una mia preoccupazione personale. Sebbene si parli sempre più di microplastiche e nanoplastiche in relazione all’ambiente e alla salute sistemica, il tema è ancora sorprendentemente poco considerato in odontoiatria. La domanda che mi sono posto era semplice: in che modo pazienti e professionisti del settore odontoiatrico potrebbero essere esposti a queste particelle attraverso la cavità orale, sia nello studio dentistico sia a casa?
La nostra revisione suggerisce che il cavo orale rappresenta un’area ancora poco esplorata, nella quale le persone potrebbero ingerire regolarmente - e talvolta inalare - particelle rilasciate da materiali dentali e prodotti per l’igiene orale.
La necessità di approfondire la ricerca è diventata ancora più urgente perché diversi fattori stanno convergendo. I materiali a base polimerica sono oggi fondamentali nella moderna pratica odontoiatrica. Inoltre, recenti studi biomedici hanno individuato microplastiche nel sangue umano, nella placenta e nel tessuto cerebrale, portando la questione al centro dell’attenzione scientifica. Parallelamente, il dibattito normativo si è spostato da una discussione generale sull’inquinamento alla regolamentazione di prodotti specifici.
Ciò che mi ha colpito maggiormente è stata la frammentazione della letteratura disponibile. Esistono studi sugli spazzolini da denti, sui dentifrici, sugli allineatori trasparenti, sui materiali compositi, sugli aerosol, sulle acque reflue e sugli effetti biologici. Tuttavia, pochi hanno cercato di integrare queste evidenze per rispondere alla domanda pratica che i dentisti si pongono: quanta esposizione potrebbe effettivamente verificarsi attraverso la bocca, che rappresenta la via di esposizione più comune e quotidiana?

Il dott. Akash Kumar Giri, coautore di una recente revisione sulle microplastiche e nanoplastiche in odontoiatria, afferma che non è necessario abbandonare i materiali dentali a base polimerica; tuttavia, i professionisti del settore dovrebbero impegnarsi a ridurne il rilascio non necessario nei contesti in cui questo è più prevedibile (Immagine: Dr Akash Kumar Giri).

Sulla base delle evidenze attualmente disponibili, quali materiali dentali o prodotti per l’igiene orale sembrano rappresentare le principali fonti di microplastiche e nanoplastiche?
Più che stilare una classifica unica, credo sia più corretto distinguere tra l’esposizione cronica e quotidiana e l’esposizione a breve termine ma ad alta intensità che si verifica in ambito clinico e di laboratorio. Per quanto riguarda l’esposizione ripetuta a domicilio, gli spazzolini da denti e i dentifrici contenenti polimeri rappresentano tra gli esempi più significativi: poiché vengono utilizzati ogni giorno, possono contribuire a un’esposizione costante alle particelle anche nelle persone che non si sottopongono a trattamenti odontoiatrici. Un’analisi ha stimato che l’uso dello spazzolino possa comportare il rilascio di almeno 2,33 milioni di particelle per persona all’anno e che l’utilizzo del dentifricio possa arrivare a generare fino a 1,18 milioni di particelle per persona all’anno. A seconda della formulazione, i dentifrici possono contenere polimeri come PE, EVA, PET, PP, PTFE e PMMA. Le setole degli spazzolini sono comunemente realizzate in PP, PA, PE o PET.
Questa distinzione è importante perché non tutti i prodotti determinano lo stesso livello di esposizione. Tuttavia, l’igiene orale quotidiana rappresenta probabilmente la fonte più costante di esposizione a microplastiche e nanoplastiche nella popolazione generale. Lo scenario è diverso negli studi odontoiatrici e nei laboratori, dove l’esposizione può essere più breve ma anche più concentrata durante procedure specifiche. La rifinitura e la lucidatura dei restauri in composito, la molatura o fresatura di protesi in resina e PMMA e la rifinitura degli allineatori ortodontici sembrano essere tra le principali fonti di esposizione. La lucidatura dei compositi può generare un aerosol molto denso di particelle ultrafini, seppur per un periodo limitato, nelle immediate vicinanze del naso e della bocca del clinico. La rifinitura di dispositivi in PMMA produce invece polvere acrilica e particelle fini. Anche gli allineatori trasparenti possono rilasciare detriti durante le fasi di fabbricazione e rifinitura; inoltre, una volta in uso, sono sottoposti per lunghi periodi a sollecitazioni meccaniche intraorali e all’azione di agenti chimici presenti nel cavo orale.

La vostra revisione menziona possibili effetti biologici, come stress ossidativo e infiammazione. Quanto sono solide le evidenze attualmente disponibili e quali sono le principali lacune nelle conoscenze?
Esistono evidenze biologiche sufficienti per considerare seriamente la questione. Al momento, tuttavia, le prove disponibili sono prevalentemente di natura meccanicistica. Studi in vitro e, in misura minore, in vivo suggeriscono che microplastiche e nanoplastiche possano essere internalizzate dalle cellule del cavo orale e indurre stress ossidativo, attivazione di segnali infiammatori ed effetti genotossici. Questi fenomeni sono stati associati a sistemi di segnalazione cellulare coinvolti nelle risposte infiammatorie e allo stress. Anche possibili effetti sul microbioma orale, l’irritazione dei tessuti locali e alterazioni della regolazione delle risposte infiammatorie appaiono plausibili. Tuttavia, le prove cliniche dirette nell’uomo che colleghino l’esposizione a microplastiche rilasciate da materiali e procedure odontoiatriche a specifiche patologie sono ancora limitate. Tra gli esiti clinici biologicamente plausibili, ma non ancora dimostrati, figurano possibili associazioni con l’infiammazione parodontale, la cancerogenesi orale e alcuni effetti sistemici.
Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato dal fatto che gli effetti biologici potrebbero non essere causati esclusivamente dalle particelle stesse. Anche sostanze chimiche rilasciate dai materiali, come monomeri residui e additivi plastici, potrebbero contribuire agli effetti osservati, rendendo difficile distinguere il ruolo delle particelle da quello dei composti chimici associati.
La mia valutazione, volutamente prudente, è che le evidenze più solide riguardino lo stress cellulare, i processi infiammatori e la plausibilità biologica dei meccanismi coinvolti, mentre le prove che dimostrano un rapporto causale con malattie nell’uomo restano deboli. Non affermerei che l’esposizione derivante dalle normali procedure odontoiatriche o dall’igiene orale quotidiana sia stata dimostrata come causa di patologie cliniche. Detto questo, il rilascio di microplastiche e di altre particelle plastiche è reale, i meccanismi biologici ipotizzati destano sufficienti preoccupazioni e, a mio avviso, è opportuno adottare un approccio precauzionale.
Permangono inoltre importanti lacune conoscitive. Le future ricerche dovrebbero concentrarsi sullo sviluppo di modelli di esposizione che riflettano realisticamente le dosi a cui pazienti e operatori sono esposti nella pratica clinica e nell’uso domestico, sul miglioramento delle tecniche di rilevazione delle particelle submicrometriche e nanometriche nella saliva e in altri campioni orali e sulla distinzione più chiara tra gli effetti delle particelle e quelli delle sostanze chimiche rilasciate dai materiali. Sarebbe inoltre importante standardizzare la raccolta e la comunicazione dei dati relativi al numero, alle dimensioni e alla massa delle particelle, nonché promuovere studi a lungo termine su popolazioni particolarmente esposte, come odontoiatri, utilizzatori di allineatori e portatori di protesi.
Infine, sono necessari studi clinici e di laboratorio condotti in condizioni reali per valutare in quale misura sistemi di aspirazione ad alto volume, procedure di rifinitura a umido, sistemi di filtrazione e misure di controllo delle polveri nei laboratori possano effettivamente ridurre l’esposizione alle particelle.

Quali misure pratiche possono adottare fin da subito i professionisti odontoiatrici e i laboratori per ridurre il rilascio di microplastiche senza compromettere l’efficienza delle attività cliniche e di laboratorio?
Credo che non sia necessario attendere prove definitive per ridurre le esposizioni non necessarie. La maggior parte delle misure di mitigazione rientra già nelle buone pratiche cliniche e non compromette in alcun modo la qualità delle cure. Nella pratica clinica, la priorità dovrebbe essere la captazione delle particelle alla fonte. Durante la rifinitura di materiali a base polimerica, è opportuno utilizzare sempre sistemi di aspirazione ad alto volume, posizionandoli il più vicino possibile all’area di lavoro. Quando possibile, la rifinitura a umido con adeguata irrigazione dovrebbe essere preferita a quella a secco, poiché genera una minore quantità di polveri aerodisperse.
Il controllo delle polveri è particolarmente importante nei laboratori odontotecnici e nelle aree destinate agli adattamenti alla poltrona. La rifinitura, la molatura o la lucidatura di dispositivi in PMMA, la fresatura di blocchetti in resina per sistemi CAD/CAM e la rifinitura di allineatori e contenzioni dovrebbero essere eseguite preferibilmente sotto sistemi di aspirazione localizzata o all’interno di unità chiuse di estrazione. Anche in questi casi, l’utilizzo di procedure a umido può contribuire a ridurre la dispersione delle particelle nell’aria. I residui fini, i fanghi derivanti dalla molatura e le particelle raccolte nei filtri o nei separatori non dovrebbero essere eliminati attraverso gli scarichi, ma smaltiti correttamente. Inoltre, i separatori delle unità di aspirazione e i filtri in linea richiedono una manutenzione regolare, poiché un sistema di controllo non adeguatamente mantenuto perde progressivamente efficacia.
Per quanto riguarda i pazienti, le raccomandazioni dovrebbero essere realistiche e non allarmistiche. Quando le prestazioni sono equivalenti, può essere ragionevole sostituire gli spazzolini usurati, utilizzare una pressione di spazzolamento moderata e scegliere dentifrici privi di microplastiche. L’obiettivo non è rinunciare ai materiali a base polimerica in odontoiatria, poiché questi materiali rivestono un ruolo clinico fondamentale. Piuttosto, si tratta di ridurre il rilascio non necessario di particelle nei contesti in cui questo è più prevedibile, come durante le fasi di rifinitura, molatura, lucidatura, pulizia, gestione delle acque reflue e selezione dei prodotti.

In che modo le nuove normative, come la restrizione dell’Unione Europea sulle microplastiche aggiunte intenzionalmente prevista dal regolamento REACH (Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals), potrebbero influenzare il settore odontoiatrico nei prossimi anni?
Ritengo che l’impatto sarà selettivo ma significativo. La restrizione prevista dal regolamento REACH riguarda principalmente le microparticelle polimeriche sintetiche aggiunte intenzionalmente a prodotti o miscele. Non si tratta di un divieto generale di tutti i materiali plastici utilizzati in odontoiatria e le particelle generate dall’usura dei materiali non rappresentano l’obiettivo principale della normativa.
L’effetto più rilevante interesserà probabilmente proprio le microplastiche aggiunte intenzionalmente, in particolare le microsfere utilizzate per ottenere effetti abrasivi, lucidanti o detergenti. In odontoiatria, questo aspetto riguarda soprattutto i prodotti per l’igiene orale e alcune preparazioni professionali che possono ancora contenere microparticelle polimeriche. È quindi probabile che tali prodotti siano soggetti a una crescente pressione verso la riformulazione.
Per i produttori del settore dentale, la documentazione e la classificazione dei prodotti potrebbero diventare più complesse. Le aziende potrebbero dover dimostrare se un determinato prodotto rientra o meno nell’ambito di applicazione della normativa, se beneficia di esenzioni oppure se è soggetto alle restrizioni previste. Ciò potrebbe comportare anche la necessità di fornire informazioni aggiuntive relative all’utilizzo, alle modalità di smaltimento, agli obblighi di rendicontazione e alla documentazione proveniente dai fornitori. Non credo che l’odontoiatria considererà questa normativa come un nuovo tabù clinico. Piuttosto, la vedo come uno stimolo verso una maggiore responsabilità nella gestione dei prodotti lungo tutto il loro ciclo di vita.
Potremmo assistere a un aumento delle richieste di dichiarazioni da parte dei fornitori, alla produzione di un maggior numero di rapporti tecnici specifici sui polimeri, a un controllo più rigoroso delle paste lucidanti, dei prodotti professionali e dei prodotti per l’igiene orale destinati ai consumatori. È inoltre probabile una crescente attenzione verso materiali che non contengano microparticelle aggiunte intenzionalmente o che presentino una minore tendenza al rilascio di particelle, senza compromettere le prestazioni cliniche. In generale, la normativa potrebbe contribuire a far evolvere il settore da una semplice consapevolezza passiva del problema verso una responsabilizzazione più concreta e attiva, mentre le evidenze scientifiche sugli effetti per la salute continueranno a svilupparsi.

 

 

 

 

 

Nota editoriale:

Lo studio di revisione, intitolato “Micro and nanoplastics in dentistry: Emerging sources, health implications, and mitigation pathways: A narrative review”, è stato pubblicato online il 13 marzo 2026 sul Saudi Dental Journal.

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