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Le Facoltà di Odontoiatria in Italia: quale ruolo istituzionale e pratico?

Gaetano Manfredi, Presidente della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI).
Sandra Frojo

Sandra Frojo

gio. 22 marzo 2018

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Il Magnifico Rettore dell'Università “Federico II” di Napoli, Gaetano Manfredi, Presidente della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI) risponde ad alcune domande sul ruolo presente e futuro delle Facoltà di Odontoiatria.

Rettore, Lei è anche Presidente della CRUI. Possiamo fare qualche considerazione sulla Laurea in Odontoiatria oggi in Italia?
Quel corso è sicuramente molto ambito tra gli studenti che numerosi provano ad accedervi attraverso i test di ingresso. Il percorso di studi, molto impegnativo, credo riesca a formare oggi professionisti competenti e capaci. Da parte del mondo accademico si deve porre sempre maggior attenzione all’aggiornamento delle conoscenze e competenze trasferite in aula, cercando di mantenere il passo con l’innovazione di tecnologie, materiali e strumenti, che investe in questi anni il mondo dell’odontoiatria, come tanti altri ambiti disciplinari della medicina e delle scienze della vita in generale. L’attenzione alle innovazioni scientifiche e tecnologiche da trasferire nei programmi dei corsi deve quindi andare di pari passo con la cura di un proficuo rapporto col mondo esterno, inclusi gli Ordini e le imprese del settore, per avvicinare da subito gli studenti alla realtà della professione che eserciteranno dopo gli studi.

La Commissione Albo Odontoiatri nazionale indica in 57.000 circa gli esercenti la professione. In che misura è corretto parlare di “pletora” e come va gestita in termini di fabbisogno programmato?
Limitare gli accessi ai corsi di laurea è l’unica soluzione concreta al problema, sebbene si tratti di una misura che scontenta molto gli studenti. D’altra parte professionalità così specifiche come quelle degli odontoiatri sono da salvaguardare, attraverso una particolare attenzione alla qualità dei percorsi universitari, che a causa di risorse limitate, passa purtroppo anch’essa attraverso un numero massimo di studenti.

Secondo i dati di Almalaurea 61% dei laureati a ciclo unico esprime la volontà di proseguire gli studi (contro il 76% dei laureati triennali). L’intenzione di conseguire altre qualifiche che varia apprezzabilmente per gruppo disciplinare, è molto alta fra i medici odontoiatri (90%, con un 82% orientato alla specializzazione post laurea). La formazione pre e post laurea è un elemento chiave della gestione del prossimo futuro. Quali i problemi da affrontare? Quale il ruolo dell’Università?
I dati dicono chiaramente quanto i professionisti dell’area medica avvertano la necessità della formazione post-laurea, un aspetto essenziale nella crescita professionale dei neolaureati oggi, da curare attraverso tutta la carriera lavorativa, anche oltre l’acquisizione della specializzazione. Non è pensabile di poter lavorare oggi come per i prossimi 40 anni contando solo sulle conoscenze acquisite durante la laurea. La formazione continua va rafforzata: l’università deve e può fare di più in collaborazione con gli Ordini professionali e le associazioni di categoria. La formazione professionale passa spesso attraverso il supporto delle imprese che trasferiscono competenze relative alle innovazioni tecnologiche e di prodotto. Ma un contributo più incisivo può e dev’esserci da parte dell’università per trasferire conoscenze trasversali e di base che vanno comunque aggiornate per mantenere un’alta professionalità.

Quindi l’obiettivo è individuare strade che permettano di allineare maggiormente percorsi formativi e facilitare l’accesso al mondo del lavoro anche attraverso le soft skills ovvero alle competenze non specifiche rispetto a un ruolo. A che punto siamo?
Le soft skills in molti casi fanno la differenza tra un percorso formativo di qualità e uno mediocre. Il mondo del lavoro oggi, fortemente interconnesso, digitalizzato e in continua trasformazione, chiede competenze e abilità oltre la specializzazione di settore. Anche i percorsi formativi di grande specializzazione come l’Odontoiatria dovrebbero integrare al proprio interno il trasferimento di soft skills, fondamentali per essere professionisti del futuro. Non parlo solo dell’inglese o dell’informatica. Anche la capacità di relazionarsi con professionisti di ambiti diversi, di lavorare in team oppure a progetti multidisciplinari, può diventare un’esigenza imprescindibile per operare con successo in un mondo del lavoro dalle imprevedibili evoluzioni.

Ritiene che il nostro Paese, per quanto riguarda la formazione, abbia un orizzonte europeo?
L’Italia sa esprimere grandi professionalità e malgrado le risorse limitate degli ultimi anni ha un ottimo sistema universitario. Certamente la competizione con gli altri paesi europei è serrata e una seria riflessione sul futuro del nostro sistema di formazione va fatta. Da un lato il nostro sistema universitario non è in grado di attrarre i giovani diplomati, che in percentuale molto più bassa che altrove decidono di frequentare l’università. Dall’altro la formazione continua non è ancora diffusa e distribuita come dovrebbe tra i professionisti. Lavorare seriamente su questi due punti è arduo, richiede risorse importanti, ma rappresenta l’unica via per dare davvero un orizzonte europeo al nostro sistema di formazione.

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