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Chirurgia in 3D, e non solo, al congresso SIRIO-ARCOI e GISOS di Roma

L. Grivet Brancot

L. Grivet Brancot

gio. 2 febbraio 2017

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Come da tradizione, anche quest’anno si è svolta a Roma, venerdì 2 e sabato 3 dicembre all’Auditorium Antonianum, la riunione scientifica organizzata dai presidenti Roberto Pistilli e Paolo Balercia che ha coinvolto due sigle odontostomatologiche SIRIO-ARCOI e GISOS. Durante questo incontro è stato espresso il sapere e sono emersi svariati punti di vista sulla riabilitazione del mascellare superiore atrofico. Si è coniugata ricerca e clinica pratica attraverso l’alternarsi di clinici e ricercatori di grande talento, richiamando un gran numero di partecipanti.

È stato presentato il neonato video di dissezione anatomica dell’inframesostruttura e dei tessuti limitrofi. Questo video di interesse odontoiatrico fa parte di una collana, messa a disposizione degli iscritti tramite il segretario culturale dell’ANDI nazionale Carlo Ghirlanda, realizzata da Roberto Pistilli e Alessandro Nisii. Con svizzera puntualità l’inizio dei lavori è stato dato da Roberto Pistilli, il quale ha condotto la platea attraverso un viaggio lungo oltre vent’anni, esibendo vecchie e nuove tecniche, riesumando concetti aggiornati e altri nuovi a proposito delle tecniche rigenerative e di tutte le possibili caratteristiche degli impianti, evidenziando pregi e difetti considerando inoltre l’azione svolta dal tempo in grado di falcidiare materiali e tecniche che non mantengono le promesse. Tutto ciò con l’obiettivo di porre rimedio all’incontrastabile invecchiamento. È emerso che abbiamo impiegato biomateriali di varia natura, oltre che impianti con superfici macchinate, poi con superfici trattate in vari modi, tornando, in seguito a un’accurata analisi bibliografica della diversa sopravvivenza degli uni rispetto agli altri, a riconsiderare ottimi quelli originali. Recentemente stanno tornando di moda gli impianti zigomatici già visti tempo addietro, come pure molti studi riconsiderano l’impiego degli impianti corti in osso nativo, una soluzione meno indaginosa, con prospettive più sicure rispetto all’inserimento di impianti di lunghezza maggiore in osso rigenerato, i quali stanno parzialmente tradendo le aspettative, complice il fisiologico invecchiamento dei tessuti e la memoria biologica. A queste conclusioni si è giunti dopo anni di ricerche e sperimentazioni con risultati alterni, chiariti dai dati raccolti e dalle pubblicazioni che hanno permesso di sintetizzare con certezza sensazioni percepite e ora verificate.

Una dotta ricerca è stata illustrata da Margherita Tumedei, la quale, mediante immagini istologiche ultrastrutturali di grande effetto, ha presentato l’azione svolta dagli impianti con connessione cone morse sinterizzati al laser sui tessuti circonferenziali. Luigi Canullo ha dissertato sulla preservazione dell’alveolo postestrattivo focalizzando osservazioni di vari autori che si sono interessati come lui a questo argomento.
Ugo Covani ha richiamato il concetto di infezione legandolo alla perimplantite, sostenendo l’inarrestabilità del processo infettivo, evidenziando che solo i dentisti in ambito medico si ostinano a non rimuovere un presidio chirurgico infetto. Ha ricordato come, anche nei confronti dei biomateriali innestati, in caso di infezione l’organismo reagisca nei loro confronti come un corpo estraneo. Ha inoltre presentato un impianto che sta tornando prepotentemente alla ribalta, specie in seguito alla diffusione della piezochirurgia che ne facilita l’inserzione. L’impianto a lama, un “sempre verde”, attualmente studiato in tre università americane (NY, Loma Linda e Columbia University), ha conosciuto vicende alterne ed è nutrito da una bibliografia che affonda le sue radici nella notte dei tempi implantari, ben prima dell’avvento sulla scena di Branemarck, fornito con monconi avvitabili e superfici trattate secondo gli attuali orientamenti.
Negli ultimi anni, dai corsi e congressi dei cultori della materia è rimbalzato – artefici le case costruttrici – in contesti “canonici”, nei quali è stato presentato come una novità. La sezione lamellare gli conferisce una versatilità d’impiego maggiore di quelli a sezione cilindrica pur di diametro ridotto. L’impianto a lama permette, in mani esperte, la protesizzazione di creste fortemente atrofiche senza ricorrere alle tecniche rigenerative, minimizzando costi e morbilità.
La platea è stata scossa dalle riflessioni di più d’un relatore sui risultati a medio termine della GBR, argomento trattato in tutte le sue declinazioni anche in questa sede, reduce da un Symphosium a lei dedicato qualche settimana fa a Bologna da parte di due dei maggiori cultori della materia in ambito internazionale, Istvan Orban e Eiji Funakosci.
Restando in argomento, Luca Signorini ha stigmatizzato le sequenze necessarie per conseguire il risultato, focalizzando una serie di richiami anatomici basilari per i neofiti, utili anche agli iniziati, sulla passivazione dei lembi, sulla sede e sui tempi dell’inoculazione dell’anestetico, oltre ai tipi di membrana e alle proporzioni dei materiali da innestare e molto altro ancora.
Tiziano Testori ha presentato immagini 3D, trasformando la sala in un insieme di occhialuti viola, moderatori compresi, alcuni dei quali anche alla fine delle proiezioni hanno continuato a indossare le cromatiche protesi con grande classe. Come Pietro Felice e Roberto Pistilli, ha inviato un messaggio controcorrente circa l’affidabilità a medio termine dell’esasperazione delle varie tecniche rigenerative, invitando a considerare in alternativa l’impiego di impianti di diametro ampio e lunghezza ridotta, inseriti in osso nativo, e gli zigomatici. Pietro Felice, insonne operatore della ricerca clinica, ha condotto un excursus attraverso le più adottate tecniche implantari e rigenerative, descrivendo casi risolti mediante impianti tradizionali e tecniche rigenerative, considerando gli zigomatici e l’impiego di impianti corti, concludendo che i risultati conseguiti dopo molti anni, verificati mediante controlli clinici e studi statistici, sono a favore degli impianti inseriti in osso nativo, siano essi tradizionali, corti o pterigoidei, rappresentando il presidio terapeutico più affidabile.

Le ricostruzioni delle porzioni ossee riassorbite tendono a ridursi, nel tempo, anche in funzione della memoria biologica; inoltre i pazienti sono sempre meno inclini a sottoporsi a terapie lunghe e costose, che, in relazione all’allungamento della vita media, possono rendersi necessarie più volte nel corso dell’esistenza.
Valentino Valentini ha riportato tutti nei ranghi presentando casi di chirurgia maxillo-facciale in ambito oncologico, con una propensione ai lembi rivascolarizzati, peculiarità ultraspecialistica di cui i dentisti poco conoscono. Abbiamo così potuto apprezzare l’alto livello raggiunto da questa disciplina, in particolare dal gruppo del relatore che ha saputo coniugare il meglio delle varie scuole da lui seguite in più sedi. Il pathos ha carpito molti colleghi alla comparsa delle immagini dei casi trattati, che illustravano patologie risolte mediante l’allestimento di lembi rivascolarizzati e ricostruzioni ossee con prelievi dalla fibula piuttosto che dalla scapola o da altre zone donatrici per ricostruire interi complessi facciali senza dare un solo punto sulla superficie esterna del volto, conservando il più delle volte l’integrità espressiva del volto, pur sostituendo in parte o in toto la componente ossea del massiccio facciale.
Giorgio Tabanella ha illustrato la soluzione di patologie parodontali attraverso una serie di case report di GBR in zone estetiche, impiegando membrane riassorbibili che, in relazione al loro alto contenuto in elastina, possono essere tesate sull’iper riempimento ottenuto mediante i bone chips, modellandosi sul volume così determinato. Forte delle conoscenze acquisite durante la specialità in Parodontologia e al master in Scienze biologiche craniofacciali, ha fatto luce su assunti di impiego quotidiano sfatando alcune “credenze” consolidate da quanti praticano la GBR, puntualizzando inoltre che nell’86% dei casi inserisce gli impianti in osso rigenerato.
Giovanni Zucchelli durante una conversazione fiume durata circa 4 ore, ha beato i presenti con una serie di minuziose peculiarità a riguardo dei più frequenti interventi di chirurgia muco-gengivale, dedicati alla ricopertura delle radici o degli impianti, anche con finalità mimetiche. Ha fornito i particolari necessari per formulare una corretta diagnosi, preludio indispensabile per l’appropriata terapia, focalizzando mediante gli esempi mostrati il differente approccio da adottare in presenza di recessioni radicolari sul mascellare o sulla mandibola. Attraverso le immagini ha insistito sulle peculiarità da mettere in atto per ottenere il risultato, reiterando l’esercizio come un mantra, fino a raggiungere un livello soddisfacente, pervadendo la relazione con questo messaggio subliminale.

Ogni intervento esposto ha offerto l’occasione per un esercizio didattico magistrale, in grado di anticipare ogni eventuale perplessità, fugando i dubbi operativi attraverso la descrizione dei singoli passaggi che compongono l’intervento. Un fiume di informazioni ha fatto da corollario alle immagini in 3D, tenendo in costante tensione i partecipanti, destando l’interesse che, nel dipanarsi delle ore, si è trasformato in sapere, stimolando il desiderio di fare, di provare a migliorare le tecniche che si stanno sempre più rivelando funzionali anche all’implantologia recente o pregressa. È stata presentata una tecnica per la ricopertura delle recessioni e delle trasparenze implantari nelle aree estetiche, che non devono essere trattate mediante la GBR, ma con un innesto all’uopo concepito in grado di nascondere le spire, adagiato sulle papille disepitelizzate e sulla cresta, così da fornire un ampio supporto vascolare, utile anche al lembo mucoso con il quale il tutto verrà ricoperto, garantendo così l’aspetto estetico.
Queste due giornate hanno permesso di puntualizzare diversi aspetti a riguardo di argomenti di interesse comune attraverso la stimolazione di molti punti di vista, sempre confortati dagli studi. Sono state introdotte alcune novità, oltre che esemplificazioni di una miriade di tecniche e materiali. Sintetizzando, si potrebbe azzardare l’adagio: ritorno al passato con cognizione di causa prendendo il meglio di ciò che abbiamo visto.

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