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Quando il dato smette di essere una promessa: ScanLogiQ, convergenza nella scansione implantare

Fig. 2_Ecco la convergenza , ecco la Scan-Area ristretta, ecco il concetto alla base di ScanLogiq.
Francesco Biaggini

Francesco Biaggini

mer. 25 febbraio 2026

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C’è un momento, nella carriera di ogni clinico che lavora con gli impianti, che si installa nella memoria e non se ne va più. Non è il primo insuccesso. Non è il caso complicato. È qualcosa di più sottile, e proprio per questo più persistente.

La protesi è lì, tra le dita. L’hai attesa. Hai scelto i componenti, gestito il provvisorio, mandato i file, aspettato il manufatto, controllato il colore, verificato i contatti. Il paziente è in poltrona, il vassoio è pronto, l’assistente ti guarda. Avvicini la struttura all’impianto, quel gesto che hai fatto migliaia di volte, e qualcosa resiste. Non è un rifiuto netto. È peggio. È un’esitazione meccanica, una cedevolezza ambigua che non è precisione: è compromesso. Le dita lo sanno prima della mente. Quel frammento di millimetro che trasforma una consegna in un problema.

In quell’istante il tempo cambia consistenza. Non stai più pensando al progetto, non stai pensando al laboratorio, non stai pensando al flusso digitale che doveva rendere tutto più prevedibile. Stai pensando solo a questo: che il caso non si chiude oggi. Che dovrai dire al paziente qualcosa che non avevi previsto di dire. Che la fiducia che hai costruito in mesi di lavoro si gioca adesso, in questo silenzio. E conosci già il dialogo interiore che segue. L’hai ascoltato altre volte. Forse è il materiale. Forse è il laboratorio. Forse è la fresatura, una tolleranza accumulata, un matching non perfetto. Cerchi la causa nel tratto finale della catena, perché è lì che il sintomo si manifesta. Ma il sintomo, in questo caso, mente. Perché l’origine di quel nulla di millimetro non è nella protesi. Non è nel CAD, non è nella fresatura. È molto più indietro. È nel silenzio della scansione, in quei secondi in cui lo scanner cuciva un frame sull’altro e lo schermo mostrava un’arcata perfetta che perfetta non era.

La letteratura scientifica degli ultimi anni ha documentato un fenomeno che la maggior parte dei clinici conosce per esperienza ma raramente quantifica. Nelle scansioni full-arch su impianti, gli scanner intraorali accumulano errori di stitching che crescono con la distanza. Diversi studi in vitro e in vivo riportano discrepanze cross-arch superiori a 350 micrometri, ben oltre la soglia dei 50/100 μm che parte della letteratura indica come limite critico per le connessioni implantari. Trecentocinquanta micrometri. Invisibili sullo schermo. Sufficienti a trasformare una struttura progettata con cura in una struttura che tira.

Il meccanismo è noto e ha un nome: drift. Lo scanner intraorale non osserva l’arcata tutta insieme. La ricostruisce pezzo dopo pezzo, allineando frammenti di superficie in sequenza attraverso lo stitching. Ogni allineamento introduce un’approssimazione. Su un singolo elemento è irrilevante. Ma su un’arcata completa, le approssimazioni si sommano, si propagano, si amplificano. E la cosa più insidiosa è che il drift non corrompe la forma locale delle superfici: corrompe la relazione spaziale tra gli impianti. Proprio ciò che determina se una struttura calzerà o no (Fig. 1).

Fig. 1 - Propagazione dell’errore di stitching lungo un’arcata completa. La deviazione aumenta con la distanza dal punto di partenza della scansione.

Fig. 1 - Propagazione dell’errore di stitching lungo un’arcata completa. La deviazione aumenta con la distanza dal punto di partenza della scansione.

Ecco il frame che va ribaltato: il problema non è quasi mai lo scanner. Il problema è la strada che gli facciamo percorrere. Più lunga è la catena di stitching, più il dato si degrada. E per anni non abbiamo avuto nessuno strumento per saperlo prima di posizionare la protesi. Per anni, il primo vero momento di verifica era la consegna. Il verdetto arrivava alla fine, quando non si poteva più fare nulla. Riprese, remake, compromessi accettati a denti stretti. Non per incompetenza. Per l’impossibilità strutturale di sapere, durante la scansione, se il dato stava reggendo.

A un certo punto abbiamo smesso di chiederci come migliorare la scansione. Abbiamo iniziato a chiederci se fosse possibile sapere. Sapere durante l’acquisizione, non dopo. Non migliorare lo scanner, non inseguire la risoluzione o la velocità. Ma avere un criterio di verifica che funzionasse nel flusso, che non dipendesse dall’impressione visiva dell’operatore ma da una logica misurabile. La risposta è arrivata da un concetto che la metrologia conosce da sempre ma che la scansione intraorale non aveva mai adottato.

Convergenza
Se misuri qualcosa una volta sola, hai un numero. Non sai se è giusto, non sai se è stabile, non sai se domani, ripetendo la misura, otterresti lo stesso risultato. Se lo misuri più volte, in modo indipendente, e i risultati si incontrano, hai un’informazione. Non una speranza. Un’informazione.

Accorciare la catena
Applicare la convergenza alla scansione intraorale non era banale. Ripetere la scansione completa dell’arcata più volte sarebbe stato clinicamente insostenibile, e ogni ripetizione avrebbe portato con sé il proprio drift, rendendo il confronto poco significativo (Fig. 2). Il principio risolutivo è geometrico, non algoritmico. Invece di inseguire gli scanbody uno per uno lungo l’intera arcata, costruendo una catena di stitching lunga e vulnerabile, ScanLogiQ li fa convergere in uno spazio ridotto: la ScanArea. Meno strada da percorrere per lo scanner, meno cuciture tra frame, meno accumulo di errore. Il dato nasce già più pulito, non perché lo scanner sia diventato più preciso, ma perché gli chiediamo di lavorare su una porzione circoscritta dove le condizioni sono radicalmente più favorevoli.

ScanLogiQ non è uno scanner. Non è un software. È un protocollo: un sistema fisico e una logica di acquisizione che lavorano insieme per rendere la convergenza applicabile in clinica (Fig. 3). Gli Scan Flag iQ sono i componenti fisici al centro del sistema. Si posizionano sugli impianti e concentrano i riferimenti geometrici in una zona circoscritta. La forma è cilindrica, semplificata di proposito: non per povertà di informazione, ma perché una geometria semplice è una geometria che lo scanner legge con meno ambiguità e che il software di matching allinea con più coerenza alla libreria CAD. La letteratura lo conferma: gli scanbody cilindrici superano le geometrie più complesse in termini di congruenza tra mesh acquisita e libreria (Fig. 4).

Fig. 2 - Ecco la convergenza , ecco la Scan-Area ristretta, ecco il concetto alla base di ScanLogiq.

Fig. 2 - Ecco la convergenza , ecco la Scan-Area ristretta, ecco il concetto alla base di ScanLogiq.

Fig. 3 - Il kit ScanLogiQ con gli Scan Flag iQ. Le diverse configurazioni geometriche rispondono alle variabili cliniche di accesso e posizione.

Fig. 3 - Il kit ScanLogiQ con gli Scan Flag iQ. Le diverse configurazioni geometriche rispondono alle variabili cliniche di accesso e posizione.

Fig. 4 - Scan Flag iQ posizionati sugli impianti. La ScanArea concentra tutti i riferimenti in uno spazio ridotto, comprimendo la catena di stitching.

Fig. 4 - Scan Flag iQ posizionati sugli impianti. La ScanArea concentra tutti i riferimenti in uno spazio ridotto, comprimendo la catena di stitching.

Quattro screenshot
Una volta definita la ScanArea, il protocollo prevede quattro acquisizioni rapide della stessa zona. Si chiamano screenshot, non scansioni, perché non sono percorsi che inseguono gli scanbody lungo l’arcata. Sono catture brevi, circoscritte, concentrate esclusivamente sull’area di convergenza. Ogni screenshot ripercorre la stessa zona in modo indipendente dal precedente. Perché quattro? Perché con tre acquisizioni, se una diverge, non puoi sapere quale delle tre ha ragione. Con quattro, il sistema può identificare l’incoerenza e isolarla. Se tutti e quattro convergono, tutti e quattro rafforzano il dato. Se uno non converge, il sistema lavora con i tre restanti. Ne bastano tre per validare. Ma il quarto non è ridondante: quando converge consolida, quando non converge protegge.

I quattro screenshot vengono osservati da AssistLogiQ. Il software conosce la geometria reale degli Scan Flag iQ e confronta le acquisizioni tra loro. Il risultato è un dato convergente: una posizione implantare che non corrisponde a nessuno dei singoli screenshot ma li contiene tutti, pesati in base alla coerenza reciproca. Non sceglie il migliore. Non fa una media grezza, restituisce una posizione convergente, dove il contributo di ogni acquisizione dipende da quanto è coerente con le altre.

ScanLogiQ non calcola una media statistica. Valuta la coerenza tra misure ripetute. La differenza è sostanziale: una media può mascherare un errore. La convergenza lo rivela. Insieme alla posizione, AssistLogiQ restituisce un indice di affidabilità: un numero che dice quanto le misure si sono effettivamente incontrate. Non un verdetto. Un’informazione quantitativa su cui il clinico può fondare una decisione: procedere, o ripetere (Fig. 5). È il passaggio da “il file sembra buono” a “il dato ha dimostrato di reggere”.

Fig. 5 - Schermata di AssistLogiQ: confronto tra i quattro screenshot con il dato convergente e l’indice di affidabilità.

Fig. 5 - Schermata di AssistLogiQ: confronto tra i quattro screenshot con il dato convergente e l’indice di affidabilità.

Nella pratica tradizionale, il primo vero momento di verifica è la consegna. Con ScanLogiQ, il primo momento di verifica è durante la scansione, mentre il paziente è ancora in poltrona, mentre si può ancora intervenire. Non è un dettaglio organizzativo. È il passaggio da un flusso basato sulla speranza a un flusso basato sull’informazione. Per il laboratorio, significa ricevere un file accompagnato da un dato di convergenza. Non più “ecco la scansione, speriamo che funzioni”. Ma: ecco la scansione, ecco quanto convergono le misure, ecco il livello di affidabilità del dato implantare. È una conversazione diversa. Ed è una responsabilità diversa.

Cosa ScanLogiQ non è
Sarebbe disonesto presentarlo come la soluzione a ogni problema del flusso digitale. Non lo è. Non elimina il drift: lo contiene. Non sostituisce la competenza clinica: la supporta con un’informazione che prima non esisteva. Non garantisce la precisione finale del manufatto, che dipende dal progetto protesico, dalla fresatura, dai materiali, dalla gestione clinica. Ciò che offre è un metodo per sapere, durante l’acquisizione, se il dato tiene. E per decidere in modo informato, non alla cieca.

Torniamo a quel momento. La protesi tra le dita, il silenzio nello studio, l’attrito che non dovrebbe esserci. ScanLogiQ non promette che quel momento non accadrà mai più. Promette qualcosa di diverso, e forse di più onesto: che non sarai costretto ad aspettare quel momento per scoprire se il dato su cui hai costruito tutto il percorso era affidabile. La qualità di una misura non si dichiara. Si dimostra. E dimostrarla è possibile anche nella bocca di un paziente, anche con gli strumenti che abbiamo oggi.

Perché la passività non si spera. Si misura.

Nota editoriale:

L’articolo è stato pubblicato su implants international magazine of oral implantology 1/26.

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