Intervista al Prof. Marco Ferrari, Preside della facoltà di Odontoiatria e Protesi Dentaria di Siena e Professore Ordinario

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Intervista al Prof. Marco Ferrari, Preside della facoltà di Odontoiatria e Protesi Dentaria di Siena e Professore Ordinario

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Prof. Marco Ferrari
Patrizia Gatto

By Patrizia Gatto

mar. 26 luglio 2022

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Abbiamo avuto l’occasione negli scorsi mesi di incontrare il Prof. Marco Ferrari in numerosi congressi che lo hanno ospitato in qualità di moderatore di prestigiose sessioni scientifiche e nelle tavole rotonde. I suoi interventi hanno ispirato questa intervista.

Professore Ferrari, Lei è attualmente Segretario di SIPRO, Società Italiana di Protesi Dentale e Riabilitazione Orale. Il primo congresso di Roma ha affrontato il tema della digitalizzazione, oggetto anche di una tavola rotonda. In quella circostanza lei ha evidenziato il ruolo fondamentale che ha l’Università. Perché?L’Università ha come principale mission la formazione dei giovani, cioè di coloro i quali saranno la classe odontoiatrica futura; l’Università è il luogo dove i futuri odontoiatri devono approcciare alle attrezzature digitali, alle loro procedure ed al loro uso, facendone esperienza così da essere pronti al momento della loro immissione nel mercato del lavoro ad affrontare l’odontoiatria giornaliera con le metodiche attualmente disponibili.

Lei ha dichiarato “se siamo convinti di passare al digitale dobbiamo smettere di usare l’analogico e nella formazione parlare di impronta digitale”. Può approfondire questa opinione?
Quando un professionista decide di ‘passare al digitale’ rischia di rimanere in mezzo al guado, quindi di procedere parzialmente con tecniche tradizionali ed in parte digitali, ma questo atteggiamento, seppure ragionevole, rallenta la digitalizzazione dell’attività professionale e riduce se non addirittura elimina i chiari vantaggi che le tecnologie digitali offrono. Per tutti viene/verrà il momento in cui si deve decidere di non usare più materiale da impronte tradizionale.

Il 63% dei dentisti hanno oltre 50 anni. Presto ci sarà un enorme spazio per i giovani che dovranno essere preparati su attrezzature che spesso mancano nelle Università. Chi dovrebbe finanziare questo?
Il finanziamento delle Università e quindi dei nostri corsi di laurea è pubblico (cioè dai fondi che derivano dal finanziamento da parte del Ministero alle singole Università ed all’interno della singola Università verso il corso di laurea) ma spesso è insufficiente per un progetto di digitalizzazione del corso di laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria; fondamentali quindi sono le Aziende del settore, che possono individuare sedi universitarie in cui investire così da partecipare alla formazione dei futuri odontoiatri, contando in una fidelizzazione dei giovani che saranno loro futuri clienti. Quindi la sinergia pubblico/privato è realisticamente fondamentale per la digitalizzazione dei corsi di laurea.

Molti dentisti hanno acquistano l’impronta digitale e le vendite sono in costante incremento. Ma spesso non viene usata e diventa solo uno strumento di marketing. Perché secondo Lei?
E’ vero che le vendite di attrezzature digitali sono in aumento ma la % di professionisti che usano di routine lo scanner intraorale è sempre molto bassa rispetto al numero totale di studi odontoiatrici del nostro Paese. Un ostacolo all’uso quotidiano e regolare dello scanner intraorale è l’inevitabile curva di apprendimento che ogni professionista deve mettere in conto. Ogni scanner ha un suo software, un suo pathway di scannerizzazione e ci sono alcuni studi che mostrano come siano necessari almeno una decina di scansioni in pazienti per poter acquisire una conoscenza sufficiente per ottenere impronte corrette ed adeguate. 

Chi dovrebbe provvedere alla formazione degli acquirenti?
Credo che sarebbe compito delle aziende che vendono le apparecchiature. Dovrebbero organizzare degli hands-on specifici.

Lei lavora anche nel settore pubblico a Siena. Esiste un enorme problema sociale nell’odontoiatria? È perché spesso non c’è convenienza per il paziente a salvare il dente?
Il problema sociale è rappresentato da quel circa 70% di popolazione che per motivi economici non accede agli studi professionali con regolarità. L’altro problema è che le strutture pubbliche sono in grado di erogare soltanto il 5-7% di cure odontoiatriche (ai prezzi del sistema sanitario nazionale). La convenienza per il paziente a non salvare il dente dovrebbe essere solo motivata da aspetti biologici, ma purtroppo spesso prevalgono considerazioni di tempo, fastidi, costi, e logiche assicurative e di reti odontoiatriche che in alcuni casi retribuiscono molto poco le terapie odontoiatriche tradizionali mentre le procedure implantologiche molto di più.

Nel corso di una conferenza stampa presso il Congresso della Sweden & Martina a giugno, pur dichiarando di essere in una posizione di neutralità nei confronti dell’azienda, con cui non ha rapporti diretti, ha lodato questa azienda italiana per il supporto alla ricerca, perché solo il supporto pubblico è insufficiente.
Sweden & Martina è una delle pochissime aziende italiane che compete con le grandi aziende internazionali, e questo deve essere riconosciuto. La Sweden & Martina è azienda che supporta anche la ricerca in particolare in Italia e almeno in piccola parte compensa la mancanza di finanziamenti nel nostro settore da parte del pubblico.

Per concludere questa conversazione chiediamo a un Professore, clinico e ricercatore noto in tutto il mondo: è ottimista riguardo all’odontoiatria italiana dei prossimi anni?
Assolutamente sì! L’odontoiatria italiana è cresciuta negli ultimi 30 anni come produzione di ricerca scientifica e si colloca tra le prime 6-7 nazioni al mondo, ma è anche migliorata la qualità delle terapie erogate alla nostra popolazione. Inoltre, come già detto nel prossimo futuro ci sarà molto spazio per i giovani odontoiatri, che potranno lavorare sempre meglio e con soddisfazione sia professionale che economica.

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