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Osteology 2013: premio per la miglior ricerca a Mario Roccuzzo

Mario Roccuzzo
Patrizia Gatto

Patrizia Gatto

mar. 4 giugno 2013

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Selezionati 12 lavori di prestigiosi relatori internazionali: l’unico italiano ammesso alla presentazione orale è stato Mario Roccuzzo. Ha vinto il primo premio “Osteology Research Prize” Mario Roccuzzo.

In occasione del Simposio Internazionale Osteology, svoltosi dal 2 al 4 maggio a Monaco, sono stati presentati oltre 200 poster, selezionati da 456 abstract di inedite ricerche cliniche svolte da ricercatori e clinici che si occupano di tecniche rigenerative nel dentale. La fondazione Osteology, che ha celebrato in questa circostanza il suo 10° anniversario, ha suddiviso in due categorie le ricerche, ricerca clinica e ricerca di base. I sei migliori poster in ognuna delle categorie, giudicati dal comitato scientifico composto da Michael Bornstein, Christer Dahlin, Reinhard Gruber, Ronald E. Jung, Hector Rios, Isabelle Rocchietta, Karl Andreas Schlegel, Franz Schwarz, Daniel Thoma, hanno presentato il loro lavoro oralmente presso il Forum della Ricerca al Grimaldi Forum di Montecarlo venerdì 3 maggio, per poi assegnare alla migliore presentazione l’Award durante la cerimonia di sabato 4 maggio. Selezionati 12 lavori di prestigiosi relatori internazionali: l’unico italiano ammesso alla presentazione orale è stato Mario Roccuzzo.
Ha vinto il primo premio “Osteology Research Prize” Mario Roccuzzo, libero professionista torinese, perfezionato in parodontologia a Stoccolma e a Siena, specialista in parodontologia e implantologia. Il titolo originale della ricerca è “Long-Term (10 year) stability of soft tissues around implants following ridge preservation technique by means of collagen-coated bovine bone.

Dott. Roccuzzo, dopo il primo premio per la ricerca vinto all’EAO nel 2009, per la seconda volta in pochi anni Monaco le consegna un grande riconoscimento…
Effettivamente Monaco sembra portarmi fortuna! Comunque, scherzi a parte, è sempre una grande soddisfazione vedere riconosciuti i propri sforzi, specie in un ambiente internazionale prestigioso.
Anche il gruppo di ricerca è lo stesso?
Come sempre, il successo è il frutto di un lavoro di squadra. Sono felice di aver un gruppo di giovani colleghi che collabora con me da tempo. Anche il personale del mio studio, nella pratica clinica quotidiana, ha sempre in mente la raccolta sistematica di tutti i dati clinici che consentono correlazioni statistiche al fine di fornire sempre i migliori trattamenti. Alcuni dei miei migliori allievi sono ora all’estero, ma grazie ai moderni mezzi elettronici riusciamo fortunatamente ancora a collaborare.
Può sintetizzarci obiettivi, metodi e risultati?
L’idea di questa ricerca era nata alla fine degli anni ’90, quando molti clinici elogiavano il posizionamento immediato dell’impianto nel sito post-estrattivo ritenendo che si potesse evitare il riassorbimento della cresta alveolare. Le ricerche sperimentali hanno, negli anni successivi, dimostrato che questo non era vero. Nel frattempo, noi che abbiamo sempre avuto un atteggiamento più prudente, abbiamo deciso di valutare prospetticamente un gruppo di pazienti in cui era stata eseguita la ridge preservation e dopo 4-6 mesi il posizionamento dell’impianto. Abbiamo così dimostrato che dopo 10 anni, se il paziente è seguito in maniera adeguata, l’incidenza di recessione vestibolare è minima e il risultato estetico è stabile.
Nella sua presentazione orale al Grimaldi Forum ha sottolineato quanto sia importante concentrarsi sui risultati a lungo termine.
Troppo spesso si leggono articoli o si sentono presentazioni con risultati a 6 mesi o un anno. Se ci mettessimo dalla parte dei pazienti, capiremmo che sarebbe corretto presentare solo risultati a medio-lungo termine. La qualità di una buona automobile non viene giudicata dai primi 10.000 km.
Quanto peso ha il prodotto utilizzato e il protocollo messo a punto dal suo gruppo?
È importante sottolineare che ogni ricerca vale solo per le condizioni in cui è stata portata a termine. Troppo spesso alcune case produttrici di impianti o di bio-materiali per uso odontoiatrico citano i risultati positivi di ricerche fatte con altri prodotti, in maniera non corretta.

Perché lo ha definito un protocollo semplice?
Una ricerca clinica è tanto più valida quanto più il modello sperimentale è semplice. Se
un protocollo inserisce molte variabili, i risultati non sono sempre facilmente comprensibili e l’analisi statistica può essere utilizzata per interessi particolari.

Durante la discussione alla presentazione gli è stata posta una domanda: “Bisogna dire ai giovani di usare una tecnica che abbia il minor rischio possibile”? Può commentare la risposta che ha fornito?
Certo, i giovani devono comprendere che qualsiasi attività clinica ha vari gradi di rischio, alcuni legati all’esperienza dell’operatore, altri intrinseci alla metodica. La domanda quindi che devono porsi sempre è pertanto: non “funziona?”, ma “quando e come funziona?”. Il rischio è che i giovani guardino un bel risultato e non valutino con attenzione le possibili complicanze, sapendo che tutti le incontrano, ma pochi ne amano parlare in pubblico.
Recentemente un importante opinion leader italiano ha dichiarato che crede solo alla ricerca clinica, dove si “mettono davvero le mani in pasta”. Mi pare che lei sia della stessa opinione, ovvero dà grande importanza ai risultati clinici piuttosto che a quelli scientifici.
Credo che in questo momento si corrano due rischi contrapposti e altrettanto pericolosi. Il primo è quello di fare solo ricerca in biblioteca (o al computer), magari scrivendo Systematic Reviews che piacciono tanto perché dovrebbero presentare il più alto livello di evidenza scientifica. In realtà è capitato a tutti di leggere le conclusioni di alcune di queste revisioni sistematiche della letteratura e di rimanere sbalorditi dalle conclusioni. Sorge il sospetto che alcuni di questi autori abbiano scritto senza alcuna esperienza clinica sull’argomento. Io, per esempio, mi dichiarerei incompetente a fare una revisione su un argomento di microbiologia, altri probabilmente la penserebbero in maniera differente.
L’altro rischio, altrettanto grave, è quello di pensare di aver ogni risposta solo perché si hanno le “mani in pasta” da tanto tempo e ci si crede con questo “esperti”.
Come spesso accade nella vita, la terapia più efficace ed efficiente nasce dalla sintesi tra ricerca e clinica, possibilmente dopo un confronto onesto e aperto in un ambiente di ampio respiro internazionale.

Per la seconda volta un premio alla ricerca. Più o meno emozione/motivazione?
Ogni riconoscimento è uno stimolo a far sempre meglio, e un incoraggiamento a non farsi condizionare da chi svolge la professione basandosi più sul marketing che sulla qualità.

 

Quando ha presentato la sua ricerca venerdì, era difficile per me e i miei colleghi di Dental Tribune International (sette in tutto presenti all’evento), selezionare quale sessione seguire alla stessa ora. Io per fortuna, suggellata dalla simpatia di una concittadina, ho scelto di seguire la sua presentazione. Grazie per aver regalato anche a noi un grande orgoglio.

 

L'intervista è stata pubblicata sul numero 5 di Dental Tribune Italy 2013 (maggio).

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