Dental Tribune Italy

Il “mandato psicologico” in odontoiatria estetica

By F. Tanini, V. Bini, A. Piccardi
September 12, 2018

L’influenza dell’aspetto dento-facciale sull’attrattiva fisica e sull’autostima è stata ampiamente studiata da vari autori, i quali hanno palesemente dimostrato come la morfologia dentale e la relativa estetica giochino un ruolo fondamentale e determinante sulla percezione della bellezza e, indirettamente, sulla determinazione del successo sociale di un individuo.

L’aspetto fisico, l’autostima e la capacità di intraprendere relazioni interpersonali sono tra loro profondamente correlati; pertanto, risulta possibile pensare che anche la struttura facciale, soprattutto riferita al terzo inferiore del volto, abbia un grande impatto estetico e psicologico, che può essere certamente più marcato rispetto alla sola morfologia dentale. Il nostro “benessere psicofisico” è legato all’autostima, alla soddisfazione e alla felicità per quello che siamo e per quello che facciamo (“se piaci a te stesso ogni miracolo è possibile”).

Bioetica in Odontoiatria
Gli “obiettivi formativi specifici” della laurea specialistica in Odontoiatria e protesi dentaria prevedono, tra gli altri, che il laureato sia “introdotto alla conoscenza delle nozioni di base della cura e dell’assistenza secondo i principi pedagogici, della psicologia, della sociologia e dell’etica”. L’etica nel rapporto con il paziente rappresenta dunque, anche per l’odontoiatra, via di approccio e obiettivo primario.

Alcuni trattamenti infatti, pur essendo di carattere più specificatamente cosmetico-estetico, potrebbero ledere valori personali essenziali, così da rappresentare fonte di malessere anche grave fino a provocare, soprattutto in soggetti predisposti, turbative esistenziali di non poco rilievo.

Pertanto, alcune situazioni proprie dell’attività odontoiatrica, specie quelle a carattere estetico, meritano una particolare riflessione bioetica e psicologica, considerato che il volto e soprattutto la bocca, quale “strumento polifunzionale, fonte di erotismo e centro fisiologico di articolazione delle parole”, rappresenta un primario elemento di approccio e di confronto con il mondo degli altri, ma prima ancora la sola immagine di noi – seppure incompleta e unilaterale – che portiamo dentro come simbolo della nostra identità in grado di condizionarci nei rapporti con gli altri.

Il verbum e il vultus, entrambi passibili di impegni interventistici diretti o indiretti da parte dell’Odontoiatra e del Medico ad indirizzo estetico, attraverso un dialogo senza segreti con il paziente, costituiscono mediatori essenziali dell’espressività e della proiezione esteriorizzata dell’identità culturale. Pertanto la componente biologica della salute della bocca e dei denti, ma anche la valenza comunicativa e antropologica e il suo significato simbolico giustificano un importante impegno bioetico nella risoluzione di alcune contingenze professionali, in ragione del fatto che il concetto di “bello umano” non può essere ancorato a un parametro ben definito e, come tale, univocamente inteso e unanimemente accettato.

Valutazione estetica del sorriso e approccio multidisciplinare
Molte persone scelgono sempre più di migliorare l’aspetto della propria bocca, non limitandosi a ricorrere al dentista, spinti dal dolore o dai traumi, ma per ridare al volto quell’aura di giovinezza altrimenti perduta, che solo un bel sorriso può dare. La cura del “bello umano” è sempre più spesso oggetto dell’impegno dell’odontoiatra che deve mediare sapientemente tra “bellezza oggettiva” e “bellezza soggettiva” nella scelta di particolari trattamenti che potrebbero sacrificare l’aspetto funzionale o quello estetico.

Il “sorriso” è il nostro biglietto da visita e rappresenta il primo elemento che ci distingue nei rapporti umani, lavorativi e sociali; il sorriso, infatti, può apparire sgradevole, pur non presentando problematiche evidenti o patologie. È fondamentale rivolgersi al Medico Odontoiatra non solo per curare una patologia del cavo orale ma anche per richiedere una valutazione estetica del proprio sorriso e intervenire ottenendo un risultato che sia in linea con le proprie “aspettative estetiche”.

Da un punto di vista strettamente etico, ogni Paziente/Persona è unico e costituisce un insieme di caratteristiche collegate all’età, alle sue aspettative, al sesso e alla sua specifica personalità. Nei casi limite l’attento studio delle motivazioni del paziente non potrà prescindere dalla richiesta di intervento di altre competenze specialistiche, ad esempio psicologiche, (Fig. 1) per un corretto approccio ai problemi reali.

Concetto di benessere
Il sorriso di fatto è un’espressione, o meglio una “comunicazione non verbale”, che esprime una gamma vastissima di significati. Nei rapporti interpersonali il linguaggio verbale esprime il contenuto della comunicazione, mentre la comunicazione non verbale rappresenta la relazione fra gli interlocutori con diverse funzioni (Fig. 2) che potremmo riassumere come descritte di seguito:

  • Completare, sostenere il significato di un discorso;
  • Esprimere emozioni;
  • Mostrare atteggiamenti interpersonali;
  • Contribuire alla presentazione di sé stessi.

Quando l’insieme di questi importanti parametri è unito positivamente, l’individuo può indentificarsi in uno stato di “benessere”. Ma in realtà, quando parliamo di benessere, a cosa facciamo riferimento esattamente? La Commissione Salute dell’Osservatorio OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) attribuisce a tale termine un significato ben preciso, ovvero: «Il Benessere è lo stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale che consente alle persone di raggiungere e mantenere il loro potenziale personale nella società».

Quindi il paziente/persona è al centro di un insieme di fattori e non sempre è solo affetto da una patologia; inoltre il concetto di benessere è in costante evoluzione al passo con i tempi e la società nella quale viviamo.

In psicologia, il “bisogno” è la mancanza totale o parziale di uno o più elementi che costituiscono il benessere della persona; già nel 1954 lo psicologo Maslow indicava che ogni Individuo si realizza passando per diversi “stadi”, costituenti dei piani sovrapposti (Piramide dei bisogni di Maslow) (Fig. 3). Si parte dal piano inferiore (base della piramide) corrispondente alla Fisiologia, percorrendo verso l’alto Sicurezza, Appartenenza, Stima al fine di raggiungere l’apice identificato come Autorealizzazione.

La valutazione psicologica del sorriso
Il sorriso è un moto espressivo che compare fra il primo ed il secondo mese di vita di un essere umano come reazione a stimoli esterni quali suoni, voci, immagini o presenza di figure familiari. R. A. Spitz coglie nel sorriso il tratto qualificante del secondo stadio dello sviluppo infantile, caratterizzato dal passaggio da una condizione di indifferenziazione tra mondo interno ed esterno, ad una prima forma di riconoscimento della differenza fra i due e dunque ad una percezione sia dell’Altro diverso da Sé sia del proprio Sé (Galimberti, 2004).

Il sorriso porta con sé alcune funzioni biologiche di base, come quella di permettere e sostenere la vicinanza sociale: il sorriso di un bambino, ad esempio, funge da stimolo sociale scatenante nel suo rapporto con la madre, poiché quando la madre riceve un sorriso dal proprio bambino, ella reagirà amorevolmente, prolungando la sua attenzione, il suo accudimento e la sua cura (Bonaiuto, Maricchiolo 2006).

Quanto è importante dunque il sorriso!

Esso è un invito all’avvicinamento, un comportamento di saluto, l’espressione della disponibilità della persona all’approccio ed all’avvio di una relazione sociale. Il sorriso è di grande efficacia nell’annullare le minacce competitive in atto: talvolta, infatti, è sufficiente un sorriso autentico per dichiarare la propria disponibilità e non conflittualità verso gli altri. Molti individui, complice in molti casi l’inestetismo della composizione dentale, per esempio denti diastemati, sottodimensionati, disallineati o discromici, pur non presentando aggravanti patologie a carico dei tessuti intra ed extraorali, hanno difficoltà a sorridere. Spesso, alla richiesta da parte del clinico di esibire il sorriso nel modo più spontaneo, si palesa una volontà a nasconderlo accompagnando la mano socchiusa a nascondere la bocca ed i denti (Fig. 4). Il Clinico, in qualità di interlocutore “privilegiato” dovrà mettere in atto le migliori strategie, come ad esempio la “E position Smile” per riuscire a “strappare” un sorriso (Fig. 5).

Ed il sorriso è contagioso: trova rispecchiamento nell’altro e genera nell’altro altrettanta disponibilità all’approccio ed alla relazione. A ben pensarci, potremmo dunque affermare che il sorriso è uno strumento relazionale potente a nostra disposizione. E questo ci porta a fare una ulteriore riflessione: il sorriso non ha un legame assoluto con l’espressione delle proprie emozioni, ma riguarda principalmente le interazioni sociali. Le persone sorridono maggiormente quando si trovano in compagnia di altri ed il sorriso è quindi un promotore ed un facilitatore delle relazioni e del loro mantenimento.

Allora può essere opportuno che il medico odontoiatra rifletta con il suo paziente su questi aspetti, i quali possono mettere in luce che l’estetica del sorriso non ha tanto a che fare con questioni di apparenza e superficialità, bensì riguarda questioni profonde legate al senso di sé ed alla propria efficacia relazionale, oltre che al proprio “potere personale” per dirla alla Rogers (C. Rogers, 1977), e ha radici nella propria infanzia e nelle prime relazioni significative sperimentate; inoltre si collega alla propria autostima.

E quest’ultima, l’autostima, che è ciò che gli analisti chiamano narcisismo sano (Mc Williams 2002), è una componente emotiva dell’individuo, che dipende dalla storia di vita che il soggetto ha avuto, dai feedback, attuali e trascorsi, che riceve nei suoi ambiti di vita e dalla sua percezione sia del sé psichico sia del sé corporeo. L’autostima è intimamente connessa alle qualità che ammiriamo e idealizziamo, in noi stessi e negli altri. Per questo per apprendere informazioni di rilievo sull’autostima di un paziente, forse la domanda più utile da fare è: “Che cosa ammira nelle persone?”, “Quali sono le cose che la fanno sentire soddisfatta di sé? E quali la rendono insoddisfatta di sé?”.

Alice W. Pope (1992), sostiene che la stima di sé abbia origine dal confronto tra l’immagine che ciascuno ha di se stesso e l’immagine di ciò che si vorrebbe essere. In questo senso, tanto più il “come siamo” è lontano da il “come vorremmo essere” tanto più ci si sente come persone di minor valore e si prova insoddisfazione nei propri confronti.

L’autostima è solo una componente del nostro benessere psicologico, ma funziona come una particolare lente che ingigantisce o miniaturizza le nostre risorse personali; inoltre non è una condizione permanente, ma è modificabile e su di essa è possibile lavorare.

Per migliorare la propria autostima è importante occuparsi dei seguenti aspetti:

  • Scoprire quali sono i propri valori fondamentali e quindi fare chiarezza con se stessi rispetto quello che si vuole e quello che non si vuole nella propria vita.
  • Riconoscere le proprie emozioni distruttive: imparare a riconoscere ed entrare in contatto con emozioni maggiormente sane e che ci sostengano nei momenti di difficoltà.
  • Lavorare sull’immagine di se.

Quest’ultimo punto riguarda aspetti relazionali, individuali ed affettivo-emotivi che passano in uno stretto intreccio fatto di corpo e mente, che rispecchia una visione di benessere che tiene in considerazione la persona sia dal punto di vista fisico ed organico sia dal punto di vista psichico, poiché tali due dimensioni sono intimamente connesse.

Oggi lo psicologo ed il medico sono in errore quando considerano come loro campo di azione solo una “sezione” del paziente e non hanno cura invece del paziente come di una persona il cui benessere transita dall’interconnessione fra aspetti corporei e aspetti affettivo-emotivi.

Per tale motivo quando di fronte al medico si presenta un paziente, egli deve interagire efficacemente con il paziente (Canestrari Cipolli 1991) per favorire o facilitare gli obiettivi che il colloquio o l’intervento medico si prefiggono. Il coinvolgimento emotivo del medico nei confronti del paziente, pur mantenendo uno stile comunicativo formale che rispetti l’asimmetria della relazione terapeutica, definita dalla differenza di ruolo, competenza, autorità fra le parti e dal fatto che uno degli interagenti chieda aiuto all’altro, si manifesta soprattutto attraverso l’espressione del medico di una partecipazione e di un interesse sincero verso ciò che il paziente comunica. Si è osservato che è determinante la sensibilità e l’abilità del medico a decodificare i segnali non verbali e a riconoscere le emozioni correlate a tali segnali o atteggiamenti. Di Matteo e collaboratori (1979) rilevarono che l’abilità dei medici nel decodificare i segnali non verbali espressi dai pazienti, correlava positivamente con la soddisfazione e la percezione di sicurezza che questi ultimi ricevevano.

L’apprendimento e la sensibilità verso i segnali non verbali appare poi potenziare le capacità dei medici di relazionarsi al paziente in modo più autentico e meno formale; in questo modo il professionista crea le condizioni che sono alla base di un rapporto di fiducia col paziente. Inoltre la sensibilità verso l’espressione emotiva del paziente e la capacità a riconoscere i suoi stati emozionali, sembrano facilitare la disponibilità di quest’ultimo ad aprirsi e a parlare liberamente dei propri problemi, permettendo così al medico di effettuare una diagnosi più accurata (Raffagnino, Occhini 2000).

Un momento cruciale della relazione medico-paziente è quello che segna l’inizio della loro transazione diadica. La prima impressione è importante in ogni interazione e può influenzare positivamente o negativamente il corso dello scambio. L’immagine che il paziente si forma del suo medico rispetto alla competenza, professionalità, abilità specifica può determinare aspettative che facilitano l’apertura, la disponibilità, la compliance del paziente oppure le può inibire. L’equilibrio tra segnali “statici” (abbigliamento, aspetto fisico, volto, pettinatura) che rispettino il ruolo e la professionalità del medico e segnali “dinamici” (sguardo, postura, distanza, espressione facciale, tono della voce) che sottolineino il coinvolgimento, la partecipazione e l’interesse del medico verso il paziente, sembra essere la caratteristica che contraddistingue il buon inizio. Il medico deve sempre mantenere i simboli di status del suo ruolo, ma allo stesso tempo deve esprimere attraverso un tipo di comunicazione non verbale affiliativa un contatto che alleggerisca la formalità dell’incontro.

Questo primo momento, definito joining, rappresenta quindi una fase di coinvolgimento dell’interazione come presupposto per creare la base su cui strutturare il colloquio e che getta le fondamenta della compliance medico-paziente e di un loro rapporto di fiducia che ha inizio a partire da quel primo momento.

Concetto di bellezza e Odontoiatria Estetica
Negli ultimi 30 anni l’estetica ha cambiato il volto della professione Medico Odontoiatrica, e il desiderio da parte dei pazienti di scegliere di avere una bella dentatura è un enorme salto di immagine rispetto agli anni passati. Infatti, se prendiamo in considerazione l’Evoluzione del Sorriso da un punto di vista culturale, ci accorgiamo che, già a partire dai primi del ‘900, l’evoluzione dell’immagine (fotografica, cinematografica) si è manifestata temporalmente insieme al progredire di tecniche e tecnologie in Odontoiatria e Medicina.

Pionieri dell’estetica dentale, come Goldsmith e Rufenacth, hanno contribuito a creare consapevolezza del bello nella mente degli odontoiatri, che a loro volta sono riusciti a sensibilizzare i pazienti verso un miglior aspetto del “sorriso” quale elemento fondamentale integrato nell’estetica del viso.

L’evoluzione del concetto “Bellezza”, oggi largamente diffuso grazie alle strategie del web, le moderne tendenze in odontoiatria estetica e la copertura mediatica di “smile makeover” hanno aumentato la sensibilizzazione del pubblico verso l’odontoiatria estetica.

Le persone ora sanno che l’estetica del sorriso gioca un ruolo chiave nella personale sensazione di benessere, di accettazione sociale, di successo sul lavoro e nelle relazioni, tutto finalizzato alla costante percezione di autostima.

Le aspettative estetiche e le richieste dei pazienti di cure dentali sono sostanzialmente accresciute; ma, molto spesso, quanto viene esibito a livello mediatico risulta fuorviante per gli utenti, sia da un punto di vista qualitativo che quantitativo. Sempre più frequentemente l’individuo alla ricerca di rivalutare il proprio sorriso, raggiunge il Medico Odontoiatra, il Medico Estetico o il Chirurgo Plastico, tutte figure specialistiche integrate nel Face Aesthetic Medical Team (Fig. 1), con richieste ed aspettative estetiche stereotipate, ma assolutamente non conformi alle regole della bellezza soggettiva!

I concetti sovrapponibili di estetica e bellezza hanno una lunghissima storia, a partire dalla Magna Grecia alla filosofia di Alexander Baumgarten che nel 1750 impose il nome di Estetica, intendendo con essa la dottrina della conoscenza sensibile e della sua perfetta realizzazione nella bellezza.

L’Estetica (Aisthesis – sensazione, sentimento) è strettamente collegata all’arte che ha il potere di perfezionare la natura sviluppando quelle potenzialità che essa non è riuscita a realizzare. All’idea di bellezza gli antichi Greci associavano i concetti di grazia, misura e soprattutto proporzione: un corpo è bello quando esiste equilibrio, simmetria ed armonia tra tutte le sue parti e tra ciascuna di esse e la figura intera.

Oggi potremmo definire Estetica la “fusione armoniosa” tra bellezza ed arte, probabilmente il metodo per essere più vicini o fedeli alla natura. Di conseguenza l’Odontoiatria Estetica è un gioco di equilibri tra denti, gengive, labbra, viso e persone che i Clinici, in qualità di architetti, artigiani e scultori del sorriso, possono plasmare.

La società moderna configura “il bello” come mix sterile di misura, simmetria e proporzione. Questi sono infatti i parametri, antichi nei loro valori e oggi drasticamente perfezionati nei software utilizzati per la progettazione estetica in campo odontoiatrico. Ma l’Odontoiatria Estetica non può limitarsi solo all’uso di regole matematiche, poiché, così facendo, si otterrebbero risultati clonabili e quindi non soggettivamente riferibili a valori clinici. Impegnarsi in questo tipo di Odontoiatria significa sinergizzare le capacità necessarie a vedere nell’insieme e nella globalità “Arte & Percezione Visiva”, valutando l’equilibrio del disegno e la composizione degli elementi dentali nel contesto Face & Smile.

Nei soggetti ove il risultato estetico del nuovo sorriso ha preso il posto del pregresso inestetismo, e dove finalmente ben si configurano buona integrazione biologica e ottimale rapporto armonico Face Shape e Dental Face (Bioestetica), la psicologia del sorriso finalizzerà il proprio iter. Infatti, come si evince dal caso clinico qui rappresentato, il primo set iconografico dimostra che il soggetto si realizza passando per i vari stadi. Alla risoluzione del caso clinico estetico, la fisiologia del sorriso è quasi condizionata dalla nuova condizione (Fig. 6), pertanto il sorriso sembra più di “circostanza”. Ma, dopo alcuni giorni durate i quali la paziente assume consapevolezza della nuova composizione estetica dentale e la propriocezione orale e periorale progredisce, il sorriso diventa più spontaneo, rappresentazione quindi della nuova condizione di benessere traducibile in autostima (Figg. 7, 8) ben rappresentata da “selfie” ed autoironia (Figg. 9, 10).

Immagine digitale e predicibilità estetica
I pazienti richiedono maggior predicibilità rispetto al passato, poiché sono timorosi di avere, dopo il trattamento, denti con forma non appropriata alle caratteristiche del viso: il timore è istintivamente quello di fare un salto nel buio.

Professare l’Odontoiatria oggi, come peraltro tutte le Specialità Mediche, ci impone l’utilizzo di tecniche e tecnologie sempre più virtuali, specchio dei tempi moderni, per le quali sono necessarie curve di apprendimento che hanno il compito di formare il Clinico al meglio nelle proprie funzioni professionali. Per quanto riguarda l’Odontoiatria Estetica dedicata al “terzo inferiore del volto”, vengono proposte nuove soluzioni, molte delle quali abbinate o integrate a interventi di medicina estetica.

Uno degli argomenti di rilievo è l’uso del computer relativo al rifacimento del sorriso ovvero alla progettazione virtuale. La moderna tecnologia digitale unita all’esperienza e alla sensibilità del Medico Odontoiatra Estetico sono fondamentali ai fini del successo, offrendo maggior predicibilità al paziente sui risultati estetici finali e iter terapeutico prescritto.

Diversi autori ed aziende hanno messo a punto protocolli utili a formulare la diagnosi estetica del “sorriso” facendo uso di Digital Image Editing Software e Smile Morphing. L’Odontoiatria Estetica Software Assistita, si basa sul principio che il Paziente può vedere sul monitor del computer il proprio sorriso prima e dopo la realizzazione del rifacimento del sorriso; viso, sorriso e dentatura vengono fotografati ed elaborati secondo parametri frutto di studi riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale che prevedono l’analisi estetica dettagliata con sistemi integrati al Digital Dentistry.

Attraverso l’uso del computer infatti l’Odontoiatra diventa Smile Designer, cioè progettista del Sorriso, formulando un vero e proprio progetto virtuale; le moderne conoscenze scientifiche mettono a disposizione dei professionisti diverse opzioni terapeutiche. La collaborazione tra diversi specialisti e la visione interdisciplinare, nonché l’implementazione tra immagini digitali elaborate dai software, esempio il celebre Clincheck Invisalign e ADSD, (Approccio Multidisciplinare) consente di individualizzare sempre meglio il piano di trattamento, che, grazie all’avvento dell’Odontoiatria Digitale, è in grado di creare un risultato standard predicibile consono ad un risultato clinico ottimale.

L’Odontoiatria Estetica richiede sempre più attenzione da parte dell’operatore soprattutto nell’Analisi Estetica del caso clinico, che, unito agli altri esami diagnostici, si dimostrerà utile nel “delicato approccio con il paziente”. L’uso dell’Immagine Digitale 2D/3D, linguaggio universale, facile, immediato e decodificato, è infatti testimonianza di quanto sopra; dobbiamo però non perdere di vista il valore etico del “professare”, che ci impone di utilizzare la tecnologia come integrata al bagaglio diagnostico e come complementare al dialogo esplicito ed informato con il Paziente, vero protagonista dell’Odontoiatria Estetica. Se il linguaggio viene riconosciuto come il mezzo più importante per la comunicazione, la visione è il sistema cognitivo da cui deriva l’informazione più originale e creativa, successivamente codificata nel linguaggio.

Conclusioni
Il mandato psicologico in odontoiatria estetica è dunque quello di riuscire a comprendere le esigenze, non solo manifeste, bensì anche latenti del paziente che si siede sulla poltrona e riuscire a comunicare e a trasmettere, in maniera efficace, cioè in un modo che “arrivi” al paziente, il valore ed i significati connessi al sorriso, la sua valenza legata alla competenza relazionale e all’autostima, le motivazioni affettive profonde legate alla scelta di migliorare il proprio sorriso, scelta dunque che non ha a che fare con un vezzo estetico, bensì con motivazioni fortemente interconnesse con la propria storia di vita e le emozioni più intime legate al Sé ed alla propria identità. L’utilizzo di metodologie e tecniche d’avanguardia riconducibili all’uso di immagini può dimostrarsi ottimo complemento al linguaggio comunicativo nei confronti del Paziente, soprattutto nella fase diagnostica e anamnestica.

Discussione
Relazionarsi professionalmente al “delicato approccio con il paziente” risulta essere un dovere etico e morale prima di ogni altro aspetto. Tradurre il linguaggio “medichese” in comunicazione decodificata può essere oggi quel valore che il Medico Odontoiatra e tutti gli Specialisti attori dell’Approccio Multidisciplinare dovrebbero contestualizzare nel fidelizzare eticamente il rapporto Paziente – Medico – Odontoiatra.

Gli autori ritengono che sia dovere del Team Odontoiatrico valutare con molta attenzione gli aspetti psicologici, socio economici, mediatici del valore estetico del sorriso, integrabili nel corredo diagnostico clinico personalizzato per ogni singolo paziente, nonché al percorso terapeutico. Ogni personale rapporto Medico – Paziente, infatti, inizia con un delicato approccio e prosegue con un approccio altrettanto delicato.

 

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L'articolo è stato pubblicato su Cad Cam international magazine of digital dentistry Italy, n. 2 settembre 2018.

 

 

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